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Capri, seducente e oscura. La regista Laterza: «Gli incantesimi accadono soltanto a chi sa crederci» – L’INTERVISTA

Capri non è quella delle cartoline. In Caprilegio, Margherita Laterza la attraversa come si attraversa un ricordo: a occhi aperti, ma con la sensazione che qualcosa sfugga sempre. Il film nasce da una perdita – la morte della nonna – e diventa una discesa dentro una genealogia femminile che ha il volto di Margarete Bielschovsky, rifugiata ebrea fuggita dalla Germania nazista, fatta di esilio e resistenza. Di chi ricomincia dopo aver perso tutto. Tra archivi, visioni e una presenza che somiglia a una sirena, l’isola si rivela per quello che è: un luogo seducente e oscuro, dove la memoria non smette di bussare. E, a volte, pretende una risposta.

Laterza, a un certo punto «Caprilegio» smette di parlare della sua famiglia e diventa qualcosa di profondamente suo. Se lo ricorda quel momento?

«È stato un processo. Più il film prendeva forma, più diventava chiaro che dovevo svelare il mio motore: perché lo stavo facendo. Quando è arrivata Rosa Maietta, la co-regista, ha reso ancora più evidente la necessità di mettere al centro non solo la mia curiosità per la Storia e le storie, ma anche un bisogno personale: riconnettermi a un’identità femminile libera, magica, autodeterminata. In questo il canto è stato fondamentale. Così, la “scoperta di Margherita” ha assunto nel film un doppio significato».

Capri, nel suo racconto, non è la cartolina del desiderio: è una creatura ambigua, sensuale, perfino pericolosa.

«Ho sempre sentito che Capri protegge il nocciolo magico della mia infanzia. Nel giardino di mia nonna, su quello strapiombo vertiginoso, o dentro la Grotta Azzurra, avevo la sensazione che tutto potesse parlarmi. Le storie di chi era stato lì prima vibravano sotto i miei piedi, e le affinità tra mondo vegetale, marino e umano mi sembravano più forti delle differenze. Torno lì quando ho bisogno di riconnettermi a quella sensazione. Il giudizio è arrivato dopo, con le “sfilate” della piazzetta. Ma è un aspetto marginale rispetto all’anima ancestrale dell’isola».

La figura di Margarete Bielschovsky arriva nel film con una forza quasi romanzesca. Che donna è diventata per lei nel tempo?

«È un fantasma che da ora in poi mi starà accanto. È anche un modello, non perché fosse perfetta, tutt’altro, ma perché ha preso in mano la sua vita con coraggio e autodeterminazione. Ha fatto scelte fuori dagli schemi, per la sua epoca ma anche per oggi. E poi la sua vita è un esempio concreto di resilienza. Quando sarò tentata di abbattermi per sciocchezze, penserò a lei che ricomincia da capo dopo aver perso tutto».

Nel film torna l’idea che tra donne ci si trasmetta non solo dolore, ma anche forza e ribellione. Lei cosa sente di aver ereditato?

«Credo che a noi donne insegnino molto bene a resistere, a mandare giù. Per tenere insieme la famiglia, per uno spirito di sacrificio che sembra quasi inscritto nell’idea stessa di femminilità. Quello che mi colpisce nella storia di Margarete è la capacità, almeno in parte, di lasciar andare. Non so se noi, venute dopo, ne siamo capaci allo stesso modo. Ma sia mia nonna che mia madre hanno vissuto questa tensione tra una cultura della cura e un’attitudine alla libertà. Io continuo su quella strada. È un percorso lungo, che riguarda anche la società nel suo insieme».

Nel suo cinema c’è una forte attrazione per ciò che non si lascia afferrare.

«Durante gli anni al Centro Sperimentale facevo la modella per Piero Tosi. Una volta gli raccontai che al Festival di Venezia mi ero sentita dentro una giostra, quasi un tritacarne: interviste, foto, interviste, foto… ma senza una reale cura per me. Lui mi disse: “Il mistero è finito, cara Margherita. Non interessa più a nessuno. Siete troppi oggi, e se vuoi fare l’attrice devi darti, sempre”. Oggi capisco cosa intendeva, anche alla luce dei social. Ma resto una grande fan di ciò che non si vede, di ciò che non si afferra. Lo trovo più erotico, perché lascia spazio all’immaginazione. E l’immaginazione è più libera della realtà: ci spinge a cambiare le cose».

Quando dirige, si sente più lucida o più istintiva?

«Tendo a essere completamente istintiva. Durante le riprese mi sono anche “chiusa nell’armadio di Margarete”, approfittando di un momento di assenza della co-regista. Ho fatto fatica a razionalizzare le mie intuizioni: per questo la presenza di Rosa Maietta è stata fondamentale. Sto imparando a disciplinare il mio bambino interiore, ma forse il canto e la recitazione restano le arene più naturali per lui. Il premio alla regia (ricevuto al Bifest, ndr) mi ha dato fiducia nella mia capacità di gestione, su cui avevo molti dubbi».

Girare questo film l’ha riconciliata con chi non c’è più, o le ha fatto capire che certi legami non si chiudono mai davvero?

«Mi ha riconciliata con una parte di me che se n’era andata con mia nonna. Questo film, che ha attraversato dieci anni della mia vita, mi ha fatta crescere. È come se, empatizzando con Margarete e con lei, avessi lasciato il posto di bambina e di nipote per diventare adulta, anche nel mio rapporto con mia nonna».

Che donna è oggi, dopo Caprilegio?

«Una donna più consapevole. Ho capito che, per far accadere gli incantesimi, bisogna crederci fino in fondo, ma anche prepararli, conoscere gli ingredienti. Da un lato ho recuperato l’incanto del mondo, che stavo perdendo; dall’altro ho sviluppato una parte di me più rigorosa, capace di non lasciare nulla al caso, di difendere le proprie idee e chiedere ciò che serve per realizzarle. In Italia, oggi, nessuno può fare un piccolo film senza una tenacia enorme. Nel mio caso, è durata dieci anni».

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