A 48 anni dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nella Renault 4 rossa di via Caetani, il presidente Sergio Mattarella ha deposto ieri una corona davanti alla lapide commemorativa, accompagnato dai presidenti del Senato Ignazio La Russa e della Camera Lorenzo Fontana. Erano presenti anche il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.
In via Caetani c’era anche Gero Grassi, giornalista, politico, già promotore e componente della Commissione parlamentare d’inchiesta Moro 2, che da anni lavora sulla ricerca della verità intorno al sequestro e all’uccisione dello statista democristiano e dei cinque uomini della sua scorta. Lo abbiamo raggiunto al termine della commemorazione, ancora emozionato.
Onorevole Grassi, è appena stato in via Caetani. Partiamo da questa emozione, lei che ha dedicato anni alla ricerca su Aldo Moro.
«Guardi, io sono presente in via Caetani e in via Fani dal 1979, l’anno successivo alla morte di Moro. Avevo 21 anni, oggi ne ho 68. La manifestazione di via Caetani viene fatta con il presidente della Repubblica. Dura mezz’ora, ma è sempre molto toccante, perché in quel luogo non c’era il cadavere di una persona, nella famosa Renault 4. C’era la Repubblica migliore e quella Repubblica migliore fu uccisa per evitare di costruire un mondo in Europa migliore».
In che senso la morte di Moro ha interrotto quel percorso?
«La mia è la constatazione amara che la morte di Moro ha interrotto un percorso di libertà, di democrazia. Moro voleva costruire l’Europa dei popoli per liberare l’Est dai carri armati sovietici e dal comunismo e l’Ovest dai dollari americani. La fine di quel tentativo ha significato fermare la storia a Yalta, agli accordi del 1945, con Usa e Urss che ritenevano l’Europa una realtà virtuale, come Metternich considerava l’Italia nell’Ottocento. I risultati oggi si vedono tutti, purtroppo, e sono negativi. Ci troviamo ancora con un’Europa debolissima tra questi due colossi che pensano di poter gestire il mondo, con i risultati drammatici che vediamo. Per l’Italia, in particolare, vuol dire pagare ancora i conti del fascismo, della dittatura, della guerra persa. Siamo fermi ancora là dopo novant’anni. Questo dovrebbe indurre a riflettere sulle guerre, ma anche su quanti danni ha fatto, e le conseguenze che continua ad avere, la dittatura di Mussolini».
L’eredità viva di Moro è anche questa lettura politica internazionale del suo ruolo. Ma c’è poi Moro in Puglia, a Bari, nell’università che oggi porta il suo nome. Cosa ha rappresentato nella nostra regione?
«Guardi, le cito un episodio di stamattina (ieri, ndr). Con me c’erano una decina di ex parlamentari, tutti di provenienza ex democristiana, transitati poi nel Partito Popolare, nella Margherita, nel Pd, ma c’è stata una presenza insolita: una ragazza di 28 anni, laureata, che vive a Roma, la quale mi ha chiesto di poter assistere, perché la presenza di Mattarella rende impercorribile via Caetani, quindi non è facile accedere. Questa ragazza è venuta per la prima volta perché alcuni anni fa partecipò e vinse il bando “Borse di studio Aldo Moro” organizzato dall’associazione consiglieri regionali della Puglia. Perché è importante questa presenza? Perché noi eravamo tutti tra i 65 e i 75 anni. Vedere una ragazza che vuole assistere a questa manifestazione, da un lato ci fa ben sperare per il futuro, dall’altro ci insegna che Moro vive e non morirà mai. Questa ragazza si è avvicinata a Moro perché ha fatto l’Università di Bari, perché ha partecipato al bando, lo ha scoperto, ha capito la sua grandezza, soprattutto quella derivante dalla centralità della persona che Moro ha propugnato sin dalla Costituente, quando insegnava a Bari. Moro diceva “Senza i giovani non c’è futuro, i giovani hanno i loro meriti e le nostre colpe”. Quindi se noi oggi lavoriamo per i giovani, come ci insegnava, se investiamo sui giovani e ci preoccupiamo di assicurare continuità democratica a questo Paese, Moro non morirà mai. Tutto questo significa una presenza viva di Moro: potrei raccontare le inaugurazioni che ha fatto delle scuole, dei ponti, dei mercati, ma la sua eredità maggiore è di natura spirituale».
Di recente ho letto in un libro una frase: «Moro è stato il più grande uomo politico della sua generazione». Possiamo considerarlo davvero così e in che senso lo è stato?
«Il più grande uomo politico? Certo, e sa perché? Per un motivo molto semplice, purtroppo poco conosciuto. Moro spiegò alla Costituente che non bastava sostituire il termine “suddito” dello Statuto Albertino con il termine “cittadino” nella Costituzione. Non basta, serve altro. E Moro spiegò qual era l’altro. Nello Statuto Albertino del 1848 i diritti erano concessi dal re. Nella Costituzione la Repubblica riconosce i diritti. Quando Moro alla Costituente parla di riconoscimento dei diritti, spiega che il riconoscimento presuppone che i diritti non ce li dà nessuno, sono diritti naturali e quindi, se nessuno ce li dà, nessuno ce li può togliere. Per non essere astratti, quei diritti sono libertà personale, libertà democratica, diritto al lavoro, diritto allo studio, diritto alla salute, diritto all’informazione, diritto alla mobilità. Tutti i diritti che noi, dico noi nati dopo la Costituzione, abbiamo trovato, ma per i quali molti sono morti durante il fascismo e durante la Resistenza e molti si sono impegnati poi negli anni della Repubblica a dare loro concretezza».
Una riflessione e un impegno, quello di Moro, che nasceva in quei suoi anni a Bari?
«Vorrei ricordare che Moro nel 1946 aveva 30 anni, ma aveva già studiato negli anni Trenta cosa fare quando fosse caduto il fascismo. Non dimentichiamo che era stato presente a Camaldoli, in una settimana ecclesiastica dal 18 al 25 luglio 1943, ecclesiastica perché il fascismo vietava, come sappiamo, le riunioni politiche. E in quella settimana a Camaldoli, che coincise con l’arresto di Mussolini, Moro parlò del diritto all’istruzione. Era la base della crescita di un popolo, in un periodo nel quale la legge scolastica era ancora quella di Michele Coppino, ministro della pubblica istruzione ai tempi di Rattazzi e Depretis, e a scuola andavano i figli dei ricchi. Nella nostra Puglia il 50 per cento dei cittadini era analfabeta. Questo è solo uno degli esempi che dimostrano quanto Moro abbia sempre promosso sempre la persona umana, e qui sta la sua grandezza che nessuno potrà mai cancellare».