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Addio a Gino Paoli, una vita fuori asse diventata musica: ha segnato un’epoca

È morto ieri Gino Paoli. E già questa frase suona sbagliata, come se riguardasse qualcun altro. Perché Paoli non è mai stato il tipo da stare fermo abbastanza a lungo da diventare memoria. Era uno che si spostava, anche da fermo: nelle canzoni, nelle interviste, nelle contraddizioni. Uno che non si è mai lasciato mettere davvero a fuoco.

C’è una fotografia che non esiste, ma dovrebbe: Paoli seduto in una stanza vuota, una pistola sul tavolo e una melodia in testa. Non è un’invenzione romantica: nel 1963 si spara davvero, al cuore, e sopravvive. Da quel momento, tutto quello che scrive – o non scrive – ha un peso diverso. Non è più solo un cantautore. È un uomo che ha attraversato il proprio limite e ne è uscito vivo, senza chiedere scusa. Ma prima di tutto questo, prima della pistola e del mito, c’è Genova.

Paoli ci arriva da bambino e ci resta abbastanza a lungo da capire che la vita non è una linea retta. Fa il facchino, il grafico pubblicitario, dipinge – più premi che soldi – e intanto canta dove capita, balere comprese. Non ha ancora una forma, ma ha già una voce che non assomiglia a nessun’altra: bassa, felpata, quasi svogliata. Poi arrivano Luigi Tenco e Bruno Lauzi. Più che una scena, un’alleanza fragile destinata a cambiare la musica italiana.

La Ricordi li intercetta quando decide di scendere dalla lirica alla canzone: una scommessa quasi blasfema. Il primo colpo è La gatta. Autobiografica, una soffitta sul mare. All’inizio non la ascolta quasi nessuno – poco più di cento copie – poi qualcosa si muove: il tempo, il passaparola. E quella canzone comincia a girare. Paoli entra così, senza bussare.

Intanto ama Ornella Vanoni. Non è una storia tranquilla. È una relazione che produce canzoni prima ancora che equilibrio: Senza fine nasce così. Nello stesso giro di anni scrive per Mina Il cielo in una stanza, contro ogni prudenza. Il risultato è quello che sappiamo: una canzone che smette di appartenere a chi l’ha scritta. Tra il ’60 e il ’64 infila una sequenza oggi irreale: Sassi, Me in tutto il mondo, Anche se, Sapore di sale, Che cosa c’è. Senza proclami, nasce la canzone d’autore. E proprio quando tutto sembra funzionare – soldi, fama, riconoscimento – arriva quel pomeriggio del ’63. Una Derringer al cuore. «Volevo vedere cosa succede», dirà. Il proiettile resta lì. Non una metafora. Dopo, la traiettoria si spezza e si ricompone.

Paoli scrive, produce, scopre talenti – Lucio Dalla agli inizi, un Fabrizio De André ancora riluttante – e attraversa il successo senza inseguirlo davvero. Torna, si allontana, cambia forma. Negli anni Settanta rientra con dischi più liberi – I semafori rossi non sono Dio, Il mio mestiere. Poi gli anni Ottanta e Novanta, i ritorni, le canzoni che continuano a circolare anche quando lui si mette di lato. Il suo repertorio passa di voce in voce, attraversa generazioni.

C’è anche la politica, ma resta una parentesi. Poi il jazz, che è un ritorno. Collaborazioni, concerti, dischi essenziali. E infine una stagione in cui Paoli smette di dimostrare: resta sul palco come uno che non deve convincere nessuno. Di lui restano le canzoni. E il sospetto che non abbiano mai raccontato tutto.

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