Un Airbus A321 della compagnia di bandiera russa Aeroflot giace immobile sulla pista dell’aeroporto di Ginevra da ben 1.661 giorni. La sua “prigionia” è iniziata il 27 febbraio 2022, quando la chiusura improvvisa dello spazio aereo europeo ai velivoli russi, a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, ne ha bloccato la ripartenza verso Mosca. Da allora, l’aereo non ha più ripreso il volo ed è stato confinato in un’area periferica dello scalo. Oggi il velivolo versa in uno stato di completo abbandono: gomme sgonfie, crepe sulla fusoliera e vegetazione incontrollata attorno alla struttura. L’aereo è considerato inavvicinabile non solo per ostacoli di natura diplomatica e giuridica, ma anche per motivi igienico-sanitari. Nelle dispense giacciono infatti, da oltre quattro anni, i pasti di bordo mai consumati e ormai in decomposizione, che emanano un odore insopportabile unito a quello del kerosene rimasto nei serbatoi.
A complicare la situazione è un intricato nodo proprietario. Registrato alle Bermuda e operato da Aeroflot, l’aereo appartiene a una società di leasing irlandese controllata da una casa madre russa. Con le due entità finanziarie finite rispettivamente in liquidazione e in insolvenza, il bene è rimasto bloccato in un limbo legale: non può essere venduto senza recidere i legami con Mosca, a differenza di quanto accaduto per casi analoghi a Monaco e Amsterdam. Il destino dell’A321 appare ormai segnato. Tra certificazioni scadute e assenza di manutenzione, il suo valore è crollato dai 25 milioni di euro del 2022 a quasi zero, rendendo lo smantellamento l’unica opzione realistica. Nel frattempo, la tassa di stazionamento aeroportuale continua a lievitare al ritmo di 984 franchi al giorno, accumulando un debito che supera già gli 1,7 milioni di euro.
