Mi raccontano che quel manager romano, che evidentemente si considera over the top, arriva abitualmente al mattino, entra nell’atrio della sua grande azienda, guarda la receptionist, l’impiegata che si occupa anche degli ospiti in arrivo, e senza salutare, senza un sorriso, ordina: «Mi porti due caffè».
E non importa se la mamma magari gli ha insegnato fin da bambino che prima si saluta, non importa se nelle sue orecchie ancora risuona la frase «Di’ grazie!», non importa se l’impiegata dell’ingresso ha anche studiato duro per quel lavoro e per parlare inglese, francese e mastica bene anche il russo: lui è il capo. Lui può.
Potere maschile
Quella persona non si permetterebbe mai di fare una cosa analoga con me. Forse il mio ruolo di giornalista che scrive e parla in radio e in tv incute un po’ di timore, ma soprattutto sono un uomo: sono certo che non si permetterebbe di avere un atteggiamento del genere se dall’altra parte del banco si trovasse un uomo. Ci sarebbe disagio, se non rispetto, se non perfino paura della reazione.
E lo scrivo a due giorni dall’8 marzo 2026. Quello che ho raccontato all’inizio è successo ieri mattina, il 9 marzo. Siamo nel 2026.
Si chiede ancora il caffè. La festa è finita e con lei anche le promesse di essere un uomo migliore, ammesso che siano mai state sincere. Le donne ne hanno fatta di strada, tanta, tantissima. Ma poi ci sono uomini, direi semplicemente maschi, ancora fermi all’atteggiamento del «un caffè». E questo dimostra che di strada noi uomini, certi uomini, ne dobbiamo fare ancora tanta, ma proprio tanta.
Donne leader
Eppure viviamo in una nazione che vede una leader donna, Giorgia Meloni, e una leader dell’opposizione che è un’altra donna, Elly Schlein, diametralmente opposta. Due donne che possono insegnare molto a noi uomini. Entrambe sono entrate in competizione con uomini e li hanno battuti, ricoprendo in politica due ruoli apicali.
Giorgia Meloni, credo un paio d’anni fa, ha scritto questo: «Nella Giornata internazionale della donna voglio ricordare e ringraziare la tenacia e il coraggio di tutte le donne che, nel tempo e nella storia, hanno lottato e raggiunto importanti conquiste e traguardi in campo sociale e civile, economico e politico, nelle scienze come nell’innovazione. Protagoniste di grandi rivoluzioni che hanno portato la donna ad avere un ruolo sempre più centrale e significativo per lo sviluppo dell’Italia. Lavoratrici, mogli, madri, sorelle, figlie, amiche o compagne: le donne rappresentano una fonte inesauribile di forza, resistenza, coesione e condivisione».
E penso a Liliana Segre, la senatrice, simbolo contro tutte le dittature. Penso a Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo. Penso alle oltre 160 donne che hanno vinto il premio Nobel, la prima Marie Curie. Penso alle 19 donne che hanno vinto il Nobel per la pace, ultima María Corina Machado.
Parole e realtà
Giorgia Meloni e la sua famiglia ne sanno qualcosa sul fronte della forza delle donne: sua madre, Anna Paratore, ha cresciuto da sola le due figlie, Giorgia e Arianna. Fortunatamente sapeva scrivere e, con lo pseudonimo di Josie Bell, ha scritto circa duecento romanzi.
La premier, nell’articolo che ho ripreso dal sito del Governo, scriveva anche: «Grandi passi avanti sono stati fatti e molti ancora dovranno essere compiuti, con la consapevolezza però che la crescita della presenza della donna in ogni settore è e deve rappresentare perno e movimento continuo per lo sviluppo della nostra Nazione».
Mi sembrano parole perfette. Ma poi vedo entrare un uomo con una signora che chiede due caffè senza salutare, senza neanche aggiungere la parola «grazie».
Ha evidentemente ragione anche Schlein, l’antagonista della Meloni, quando dice: «Da donne si fa una fatica maggiore». E mi fa piacere quando, parlando di Giorgia Meloni, aggiunge: «Certo, abbiamo modi diversi di intendere politica e leadership, ma questo non vuol dire che non ci possano essere terreni comuni nel gestire alcuni temi, come la violenza sulle donne». E continua: «Il soffitto di cristallo non si rompe da sole, se la maggioranza delle donne non vede il soffitto, perché soffocate da una cappa di discriminazione».
E la Meloni vede in questo anche un’opportunità strategica: «Le donne fanno una fatica maggiore a fare tutto. Voglio dire alle donne di questa Nazione che il fatto di essere quasi sempre sottovalutate è un grande vantaggio. Perché sì, spesso non ti vedono arrivare. È una cosa che ho detto quando abbiamo visto il risultato delle primarie», ha aggiunto in quell’occasione, dopo aver sentito le parole della Schlein appena vinte le primarie del PD: «Anche stavolta non ci hanno viste arrivare».
Parità certificata
Mi ha poi colpito un comunicato che mi è arrivato dal «Gruppo Prada», capitanato da una donna straordinaria come Miuccia Prada. Giustamente la sua azienda si vanta di aver ottenuto la certificazione che attesta che da loro uomini e donne sono uguali, trattati con gli stessi diritti e che il genere di appartenenza non incide su trattamento e considerazione, soprattutto sulla retribuzione. Tutti uguali, insomma. E subito mi viene da dire: «Ci mancherebbe».
Il comunicato di Prada dice: «Nell’ambito del percorso di diversity, equity & inclusion, Prada S.p.A. è lieta di annunciare il conseguimento della Certificazione sulla Parità di Genere UNI/PdR 125:2022, che testimonia l’impegno dell’azienda verso un ambiente di lavoro sempre più equo e inclusivo».
Non sapevo nemmeno che esistesse la Certificazione sulla Parità di Genere UNI/PdR 125:2022 e sul loro sito leggo: «La UNI/PdR 125 ha come obiettivo quello di promuovere e tutelare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. L’obbligo di certificare la Parità di genere, istituito nel 2022 per le aziende con più di 50 dipendenti, è una misura di inclusione e coesione inserita nel PNRR che premia le aziende virtuose e la loro trasparenza nei processi».
Il gruppo di Miuccia Prada infatti aggiunge: «La certificazione, rilasciata dall’ente certificatore Certiquality Srl, è stata ottenuta al termine di un processo di verifica articolato in più fasi e condotto presso diverse sedi aziendali, che ha previsto la misurazione, rendicontazione e valutazione di parametri qualitativi e quantitativi nelle seguenti sei aree: selezione e assunzione, gestione della carriera, equità salariale, genitorialità e cura, conciliazione dei tempi vita-lavoro, attività di prevenzione di ogni forma di abuso sui luoghi di lavoro».
E qui la mia scoperta è che ancora oggi, sul fronte dell’equità salariale, ci sono differenze tra uomini e donne, trattamenti diversi in nome del sesso di appartenenza. E se c’è un organo ufficiale che prevede questa certificazione (si ottengono anche sgravi fiscali e aiuta nelle gare d’appalto, pare), significa che le differenze ci sono, eccome. Eppure le donne hanno dimostrato da decenni di essere più che in gamba.
Noi uomini
Io ho avuto la fortuna, fin dall’inizio, di lavorare con donne e molto spesso, direi spessissimo, erano le mie cape, le mie direttrici (Mara Santini Cefis, Maria Venturi, Lulù Omicini, Silvana Giacobini). E in decenni di lavoro ho avuto anche colleghe, tutte molto brave.
Vittorio Feltri, mio amico, mi ripete sempre che «le donne, nella mia esperienza come direttore, si sono dimostrate più brave degli uomini: studiano, si impegnano».
Tornando a me, che valgo un centesimo di Feltri, non ricordo di aver mai richiesto un caffè. Però spesso, ancora oggi, lo porto io.
Questo articolo l’ho scritto soprattutto per gli uomini, perché imparino a farsi il caffè da soli. E sarebbe carino che ogni tanto lo portassero alle colleghe, come ai colleghi.










