Quest’anno la celebrazione della Giornata internazionale della donna «riveste un significato speciale: ricorrerà tra breve l’ottantesimo anniversario della Repubblica, nata il 2 giugno 1946, quando le italiane, chiamate al voto dopo la prima volta nelle elezioni comunali di pochi mesi prima, che ripristinarono la democrazia nei Municipi, soppressa dalla dittatura, diedero il loro apporto decisivo alla costruzione della nuova Italia». Lo ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aprendo, al Quirinale, la cerimonia organizzata in occasione dell’8 marzo.
All’evento hanno preso parte la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente della Camera Lorenzo Fontana, la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli e la ministra per la Famiglia, Eugenia Maria Roccella.
Il Capo dello Stato ha ricordato come l’articolo 3 della Costituzione abbia posto le basi per un’uguaglianza che, tuttavia, ha richiesto decenni per tradursi in realtà legislativa.
Mattarella ha ripercorso le tappe fondamentali di questo cammino: dalla legge sulla tutela delle lavoratrici madri (1971) alla riforma del diritto di famiglia (1975), dall’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore (1981) alla legge 66 che ha trasformato la violenza sessuale in reato contro la persona e non più contro la morale (1996).
La sfida dei ruoli apicali
Nonostante i progressi, Mattarella ha definito «paradossale» il tempo trascorso per vedere donne ai vertici delle istituzioni: ben venticinque anni tra la prima sottosegretaria Angela Cingolani Guidi (1951) e la prima ministra Tina Anselmi (1976), fino ad arrivare ai quarant’anni necessari per le presidenze di Senato, Corte Costituzionale e Consiglio dei Ministri.
«La presenza femminile non è una questione di quote – ha precisato il presidente – ma il segno di una Repubblica che valorizza le sue energie migliori. L’economia cresce con il lavoro femminile e con esso la qualità della vita».
Il contrasto alla violenza
Un passaggio netto è stato dedicato alla piaga del femminicidio e della violenza di genere, definita una conseguenza di «pregiudizi atavici e ignoranza colpevole». Secondo Mattarella, la risposta più efficace risiede nell’educazione al rispetto sin dalla famiglia e dalla scuola, per «depurare gli animi da una mentalità distorta» che ancora oggi impone alle donne modelli di comportamento maschili per ottenere riconoscimento.
Il Capo dello Stato ha concluso sollecitando politiche attive per abbattere il divario salariale e sostenere la maternità senza penalizzazioni di carriera, affinché nessuna donna debba più sentirsi sola o frenata nelle proprie potenzialità.
