L’agricoltura, si dice, sia la nostra ricchezza. Ma la ricchezza è tale se ne genera altra e non resta chiusa in cassaforte. La nostra agricoltura, purtroppo, è chiusa in cassaforte in attesa di tempi migliori. Che tardano ad arrivare. E per questo le nostre cantine e i nostri oleifici scoppiano.
Abbiamo enormi quantità di olio e di vino invenduti, fermi in cisterne ormai esauste, al punto che si fa la fila per trovarne altre in affitto. Lo stesso sta succedendo per il grano. A stagione quasi conclusa, le quotazioni oscillano fra i 25 e i 26 euro al quintale, per niente remunerative, per cui il grano viene raccolto e stipato nei silos, in attesa di quotazioni migliori. Ma arriveranno?
Sono almeno due anni che olio, vino e grano, che costituiscono il 70 per cento della nostra agricoltura, sono in grave sofferenza e restano invenduti. Il che, alla fine, non sarebbe nemmeno un danno per vino e grano, ma per l’olio sì.
Le politiche dei prezzi, oltre che a livello nazionale, scontano le dinamiche dell’andamento mondiale dei consumi ed oscillano in base a quello che impongono le multinazionali.
In questi ingranaggi, i nostri prodotti finiscono per essere stritolati e non sono più competitivi. C’è chi ritiene che sia necessario costruire più casseforti. E invece bisognerebbe aggregarsi e diventare un’unica cassaforte, non solo più capiente, ma anche più solida.
