Bisogna finirla di trasformare ogni ricorrenza in un appuntamento politico. Vada per le giornate in cui si commemorano i passaggi decisivi della nostra democrazia, la Liberazione, la festa della Repubblica, ma che c’entra la politica col primo maggio? Il lavoro non è né di destra, né di sinistra, ma di tutti, come ci ricorda l’art. 1 della nostra Costituzione.
Trasformare la festa del lavoro in una giornata di propaganda elettorale ne snatura il senso e mortifica la democrazia. Eppure non c’è stata piazza, venerdì scorso, in cui non si sia utilizzato il lavoro per tirare acqua al pozzo della politica, a seconda dei casi, di destra o di sinistra.
La destra inneggiando al decreto lavoro testè varato dal Governo. La sinistra snocciolando i dati del precariato e della disoccupazione. E fin qui, normale dialettica.
A Taranto, invece, dove si tiene uno dei più seguiti concerti-simbolo del primo maggio, si è andati abbastanza oltre. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari si è avventurato in una disamina storico-politica sul fascismo accomunando nello stesso «filo nero, nerissimo» Benito Mussolini e Giorgia Meloni. Il Rettore poteva risparmiarsi l’inutile provocazione.
Continuando a vedere il fascismo ovunque, a prescindere, si finirà per riesumarlo per davvero. E sarà proprio quella sinistra con gli occhi bendati a doversi prendere il peso della maggiore responsabilità.