Si fa presto a dire che il voto sul referendum non sarà un giudizio sulla Meloni. Ormai lo si è caratterizzato politicamente talmente tanto da rendere inevitabile l’esatto contrario.
Il referendum darà un voto al Governo, anche se non ne determinerà né la bocciatura, né la promozione. Infatti, se dovesse vincere il «no», il Governo non cadrà. Ma anche se dovesse vincere il «sì», il centrodestra non potrà essere certo di ripetere scontatamente lo stesso risultato alle politiche.
Tuttavia, un esame sarà. Un pre-esame. Consentirà di verificare, un anno prima, lo stato di salute di una coalizione che denuncia sintomi diversamente interpretabili, perché su certi argomenti – come ad esempio la giustizia – balbetta, su altri – come l’immigrazione e la reimmigrazione – si arrocca ottusamente nel suo fortino, e su altri – vedi il sostegno alle imprese e all’internazionalizzazione – sa consolidare e innovare aprendo nuovi spazi di crescita.
Il risultato delle prossime politiche non deriverà dal referendum, qualunque esito esso abbia. Ma solo dalla legge elettorale che si sta definendo in questi giorni.
La legge dovrà esser fatta entro maggio per poter essere applicata l’anno prossimo. Eliminerà i collegi nei quali il centrodestra, a causa della spaccatura Pd-5 stelle, stravinse nel 22. Oggi quei collegi sono a rischio, come insegna la Puglia. Altro che referendum. Le elezioni si vinceranno a tavolino.