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Il fatto di Enzo Magistà, i lefebrviani e il secondo scisma

Il fatto di Enzo Magistà, i lefebrviani e il secondo scisma

Siamo allo scisma. Ma per la Chiesa non è una novità. Avvenne già nel 1988, quando l’arcivescovo di Dakar, monsignor Lefebvre, consacrò quattro vescovi nella cattedrale di Econe, in Svizzera, senza l’autorizzazione papale.

Il secondo scisma, o la continuazione del primo, si è consumato ieri, sempre ad Econe, con la consacrazione di altri quattro vescovi appartenenti alla Fraternità san Pio X, che Lefebrve fondò nello stesso anno del primo scisma. Una rottura del genere porta automaticamente «latae sententiae» alla scomunica.

Ma questa vicenda non è poi così automatica. E infatti: che senso ha una «seconda» scomunica se già ce n‘è stata una? La scomunica è senza appello, uno la riceve e se ne va per la sua strada, fuori dalla Chiesa. Ma coi lefebvriani, la Chiesa ha sempre avuto un atteggiamento duale, ambiguo.

Papa Leone XIV ha scritto una accorata lettera al capo della Fraternità: non lo fate, altrimenti sarete scomunicati. E Pagliarani gli ha risposto: lo siamo già. Pagliarani ha chiesto inutilmente un incontro al Papa prima della cerimonia di ieri. Senza successo. Che senso ha scrivergli una lettera 48 ore prima?

La questione di fondo parte dal Concilio Vaticano II che rivoluzionò, modernizzandola, la Chiesa. Lefrebrve non l’accettò, e continuò a dir messa in latino. Nel frattempo, il suo movimento è cresciuto in tutto il mondo, ma come l’islamismo, è rimasto ancorato al medioevo.