Il Governo rispolvera l’autonomia differenziata. Mercoledì scorso, palazzo Chigi ha dato il via libera a quattro intese preliminari con altrettante regioni del nord, Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto. Niente di eccezionale, tutto normale.
Si tratta di una prima applicazione di quel che resta della legge Calderoli mutilata dalla Corte Costituzionale, e cioè di atti propedeutici all’avvio di un percorso istituzionale, legislativo e politico abbastanza accidentato, perché per concretizzarsi dovrà rimanere in linea con quello che ha stabilito la sentenza 192 del 2024, che ha imposto paletti alla legge statale cui si richiamano gli accordi firmati mercoledì in pompa magna coi presidenti delle regioni interessate.
Il Sud, che tanto si è opposto a quella legge, per adesso, può sentirsi ancora al riparo da eventuali colpi di mano. Ma il segnale politico deve mettere in allarme, perché le elezioni si avvicinano, e il ministro Calderoli deve recuperare voti alla Lega. Per farlo, almeno al Nord, non c’è niente di più utile che tornare a riproporre l’argomento autonomia.
Sia ben chiaro, l’autonomia non è l’inferno, e potrebbe farci entrare in paradiso, ma, come ha detto la Consulta, solo dopo che siano stati fissati i Lea/Lep e definito il perimetro della perequazione, e perciò, solo dopo un nuovo confronto parlamentare. Calderoli, se vuole, può firmare tutti gli accordi che vuole, ma prima deve fare i conti col sud.