I magistrati hanno utilizzato le cerimonie per l’inaugurazione dell’anno giudiziario come tribune elettorali a sostegno del “no” al referendum.
In quasi tutte le Corti d’Appello italiane, questa l’accusa che viene formulata dalla parte avversa, gli interventi dei presidenti non hanno solo fatto l’analisi sullo stato della giustizia, ma hanno sostenuto la posizione referendaria.
Dove altro e quando avrebbero potuto e dovuto esprimere la loro tesi, i magistrati, se non in quella occasione? Che, è vero, è un momento di bilancio, ma anche di analisi politica che non può certo ignorare che la giustizia è di fronte a un bivio epocale.
Semmai vanno stigmatizzati quei casi in cui, nelle stesse cerimonie, non è stata data la parola anche ai sostenitori del “sì”, cioè i rappresentanti del governo e degli avvocati.
A Bari, dopo la relazione del presidente Cassano, che non è stato dolce con la politica, è intervenuto il viceministro della giustizia, Sisto, che ha avuto parole altrettanto feroci per gli avversari, pareggiando la partita. Tuttavia c’è un errore di fondo che bisogna correggere.
Il referendum sta prendendo una deriva eccessivamente politica. Su una scelta costituzionale è giusto che ci si divida, ma se tutto finisce in una contrapposizione destra-sinistra, vuol dire che c’è una riforma più urgente da fare, e riguarda la formazione sociale degli italiani.