Pasquale Natuzzi non è un imprenditore qualsiasi. Dopo aver messo su un impero industriale e aver creato un distretto produttivo, ha sentito scivolargli il terreno sotto i piedi e ha deciso di frenare.
E così, visto il protrarsi improduttivo di un confronto sindacale assai logorante, ha deciso di sospendere l’attività in due siti e di trasferire i 700 dipendenti in due stabilimenti confinanti, a Matera e Laterza. Ha fatto quello che la logica suggeriva di fare. Costerà ai 700 lavoratori un piccolo sacrificio (20 km di strada al giorno) ma almeno (si spera) manterranno il lavoro.
Legittima la reazione sindacale, ma vien da chiedersi se sia più importante garantire l’occupazione o risparmiare sugli pneumatici? I sindacati vedono in questa operazione i prodromi di una più importante e significativa redistribuzione della produzione, e temono che, come ha preannunciato, Natuzzi trasferisca una parte della sua attività in Romania.
Conoscendo Natuzzi, siamo certi che non indietreggerà. Conoscendo i sindacati, siamo certi che si arriverà allo scontro frontale. Peccato, perché basterebbe poco per evitare il disastro.
Come? Facendo fare a Natuzzi il suo mestiere, aiutandolo a superare la crisi. Ci sono ammortizzatori per tamponare il lavoro che si perderà. Ci vuole realismo. Stavolta il rischio devono correrlo in due: Natuzzi e i suoi dipendenti.
