Herdonia è il nome di un antico, importante centro della Daunia preromana, reso ricco dalle fiorenti attività agricole e dal commercio, favorito dal passaggio di importanti vie di comunicazione dell’antichità.
Oggi è nota per il parco archeologico che mette in evidenza solo una parte delle rovine di epoca romana e medievale, venute alla luce in sessant’anni di scavi da parte del professore Joseph Mertens dell’Università di Leuven, in Belgio, e poi del prof. Giuliano Volpe per le Università di Bari e di Foggia.
La parte di città antica riportata alla luce comprende un tratto della via Traiana, il foro, il “macellum”, la basilica, numerosi negozi, due templi, una parte di terme ed altri edifici pubblici e privati. Molto deve essere ancora scavato compreso un grande teatro del quale appena di cui si intuiscono le imponenti dimensioni, nonostante lo strato di terreno che lo ricopre. La cittadella fortificata medievale sarebbe in teoria visitabile, ma non è attualmente fruibile perché invasa di rovi ed erbacce.
Un’area che possiede un potenziale di attrazione turistica immenso e che potrebbe creare un notevole beneficio economico per il territorio, ma che non è mai stata sfruttata perché da sempre al centro di una controversia giuridica che oppone la famiglia Cacciaguerra, proprietaria dei terreni e il Ministero dei Beni Culturali.
Un primo esproprio venne tentato nel 1982 ma non andò a buon fine. Un altro, relativo a tutta l’area ancora sepolta venne notificato alla famiglia nel 2014, ma prevedeva la presa in possesso entro due anni che non è mai avvenuta.
Sempre nel 1982, la famiglia aveva richiesto allo Stato il previsto premio di ritrovamento che non venne concesso, per cui venne avviato un procedimento giudiziario, terminato e passato in giudicato nel 2000 con il riconoscimento del diritto a favore degli attuali proprietari, non solo del premio dal 1962, ma anche degli interessi maturati. La Soprintendenza non ottemperò, per cui i Cacciaguerra dovettero avviare un “Giudizio di ottemperanza” che convinse l’istituzione a pagare alcuni importi senza mai determinare la cifra totale effettivamente spettante ai proprietari.
Probabilmente, la presa in possesso dopo l’esproprio del 2014 non è avvenuta proprio perché in quella circostanza la Soprintendenza dovrebbe indicare ufficialmente con precisione l’area oggetto del provvedimento e il valore del relativo premio da corrispondere ai Cacciaguerra.
Due settimane fa, la famiglia ha ricevuto un nuovo “Decreto di pubblica utilità” che fa pensare ad una nuova procedura di esproprio.
Nel frattempo, però, l’area ancora sepolta è stata concessa dalla Soprintendenza, temporaneamente, a due privati per effettuare lavori agricoli. Chissà perché non alla famiglia Cacciaguerra che, nel tempo, ne aveva tenuta buona cura, effettuando anche periodiche puliture delle zone scavate, concedendo il libero accesso a chi volesse visitarle.
Risultato? I settori non ancora indagati sono in parte diventati una discarica di vari rifiuti e in parte messi in pericolo dalle attività agricole in corso.
Un parco archeologico con potenzialità simili a quelle di siti ben più noti come Pompei ed Ercolano, non sfruttato ed anche esposto a rischio. Una situazione inaccettabile, in un territorio sempre alla ricerca di nuove opportunità di sviluppo e crescita economica.










