C’è una domanda che sembra una provocazione e invece è già politica economica: dobbiamo tassare i robot? Formulata così, è sbagliata. Un robot non ha reddito, non prende uno stipendio, non versa contributi e non chiede la pensione. Ma quando una macchina sostituisce un lavoratore può sparire un salario e con esso una parte di imposte e contributi che finanziano il welfare. Il robot non deve pagare le tasse. Il problema è capire chi paga quando il lavoro umano non le genera più.
Per un secolo abbiamo costruito lo Stato sociale intorno a una geometria semplice. L’impresa produceva, il lavoratore lavorava, sul salario si pagavano imposte e contributi e una parte della ricchezza tornava alla collettività. L’automazione rompe questa linearità. Se la stessa impresa produce di più con meno persone, la produttività può crescere mentre si restringe una delle basi che finanziano la protezione sociale.
Qui nasce la “robot tax”. Qui iniziano gli equivoci. Tassare una macchina perché è una macchina sarebbe una pessima idea. Significherebbe trattare allo stesso modo il robot che sostituisce cento addetti e quello che evita a un operaio di entrare in una zona pericolosa. L’innovazione può togliere fatica, ridurre incidenti, creare mestieri, aumentare produttività. L’Organizzazione internazionale del lavoro ricorda che, per l’AI generativa, la trasformazione dei lavori è oggi più probabile della loro cancellazione. Il punto non è fermare la tecnologia. È impedire che i vantaggi vengano privatizzati e i costi socializzati.
Nel 2017 il Parlamento europeo discusse l’impatto della robotizzazione sui sistemi fiscali e previdenziali. L’ipotesi di una tassa sui robot non passò. In Corea del Sud la cosiddetta “robot tax” fu in realtà una riduzione delle agevolazioni fiscali per investimenti in automazione. Non serve immaginare il robot davanti all’Agenzia delle Entrate. Serve chiedersi perché il fisco debba incentivare una sostituzione del lavoro e poi chiedere alla collettività di pagarne le conseguenze.
Perfino il Fondo monetario internazionale, che non propone una tassa speciale sull’AI, invita a riconsiderare gli incentivi fiscali che favoriscono troppo rapidamente la sostituzione dei lavoratori e indica nella tassazione dei redditi da capitale uno strumento per proteggere la base fiscale se la quota dei redditi da lavoro dovesse ridursi. Tradotto: non tassare Atlas o ChatGPT. Ma non comportarsi neppure come se capitale automatizzato e lavoro scomparso fossero fenomeni senza relazione.
L’Italia, con la legge sull’intelligenza artificiale, ha scelto parole importanti: uso corretto, trasparente, responsabile, dimensione antropocentrica, vigilanza sui rischi economici e sociali. Bene. Ma l’antropocentrismo non può essere soltanto un aggettivo elegante nelle prime righe di una legge. Se l’AI modifica occupazione, potere contrattuale e distribuzione dei profitti, la centralità della persona si misura anche da chi finanzia riqualificazione e protezione sociale.
E allora la domanda “tassiamo i robot?” è utile proprio perché è formulata male. Costringe a farne una migliore. Non dobbiamo tassare la macchina: dobbiamo decidere come tassare la ricchezza quando la macchina cambia il modo in cui viene prodotta. Possiamo modulare incentivi, rafforzare la fiscalità sul capitale, finanziare formazione e ricollocazione. Le formule possono essere diverse. Il principio è uno: l’efficienza privata non può trasformarsi automaticamente in costo pubblico.
Ogni rivoluzione industriale ha promesso di liberare l’uomo dal lavoro più duro. Questa volta potremmo riuscirci in maniera considerevole, garantendo alla collettività la partecipazione alla ricchezza che rende possibile.
Il robot non chiederà mai una pensione o una 104. Questo è indubbio. Il tema dei prossimi tempi sarà una società alle prese con il bilanciamento tra i contributi dell’innovazione e i contributi all’uomo.
