Alessandro Haber è un romanzo in capitoli sparsi: emotivo, istintivo, allergico alle scorciatoie, fa della digressione la sua forma naturale. In mezz’ora passiamo da Bukowski alla fuga necessaria da Carmelo Bene, dal suo spettacolo “La coscienza di Zeno” che riparte a gennaio, ai set su cui sarà presto impegnato. Niente pose: si espone, si spoglia, racconta, a volte si ritrae appena e sembrano intravedersi le sue fragilità. Poi, dopo oltre mezz’ora al telefono insieme, abbassa la voce e chiude: «Adesso ti lascio, sono stanco».
Martedì scorso l’attore è stato all’Anfiteatro Augusteo di Lucera per “Estate, Muse, Stelle” con “Haber, le sue canzoni e Bukowski”, serata promossa da Puglia Culture. Partiamo da Lucera.
Che serata è stata?
«Curiosa. Non ero mai stato a Lucera e devo dire che mi sono sentito a mio agio. Ho letto Bukowski, accompagnato da due musicisti molto bravi, e ho cantato. Alternare poesia e musica è stata un’esperienza nuova, almeno con Bukowski. Mi è piaciuto stare dentro quel mood, in quella situazione. Ho capito che quello che stavo facendo era giusto, emozionante».
Bukowski è un autore che torna spesso nella sua carriera. Da dove nasce questo legame?
«Ho fatto uno spettacolo tanti anni fa, si chiamava “Bukowski. Confessione di un genio”. Cinque musicisti con me sul palco, io che giocavo con le sue parole. Bukowski non era uno che stava nell’establishment. Era un outsider, un uomo che ha pubblicato il primo libro a cinquant’anni dopo aver fatto di tutto. Non doveva niente a nessuno, solo alla sua forza, alla sua volontà, a quella poetica spiazzante. Mi piace proprio lui, come personaggio, come uomo».
Cosa la lega a lui?
«Non ne sono certo, ma credo di averlo incontrato. Ero un ragazzo, a Roma, tra Campo de’ Fiori e piazza Navona. Ho questa sensazione strana, lontana, sembra quasi venire da un sogno. Probabilmente non era ancora “il poeta Bukowski”, o forse ero io a non saperlo».
In scena però Bukowski diventa anche un pretesto per parlare di sé.
«Sì, ma non è una celebrazione. Io mi metto a nudo, racconto, mi lascio andare senza pudore. Mi piace sorprendere, scavare. Ogni volta che faccio uno spettacolo è un piccolo miracolo: non ci sono certezze, e a me le certezze non piacciono».
Se li ricorda altri “piccoli miracoli” qui in Puglia?
«Quando ero giovane sono stato a casa di Carmelo Bene in Salento, eravamo molto amici. Con lui a venticinque anni ho fatto “La cena delle beffe”, c’era anche Proietti. È nata un’amicizia, mi ha sempre cercato, ma ho capito che se fossi rimasto con lui sarei diventato il suo schiavo. Dopo quell’esperienza, ho sempre scelto spettacoli teatrali in cui ero protagonista. Non per ego, ma per libertà».
Ha sentito il bisogno di emanciparsi dalla figura di Carmelo Bene?
«Era necessario, lui sapeva soggiogarti con la sua personalità. Un anno prima di morire andammo a cena insieme e mi propose un “Don Chisciotte”: lui Don Chisciotte, io Sancho Panza. Accettai subito. Era scritta una riduzione di Cervantes, ma non abbiamo fatto in tempo. Mi manca pensare a cosa avremmo potuto combinare insieme, nella maturità».
Veniamo al presente. Quest’inverno torna con “La coscienza di Zeno”.
«Sì, per il terzo anno. Riprendiamo dal 20 gennaio, due mesi e mezzo di tournée. Torniamo a Milano, all’Elfo, e anche a Roma. In Puglia non so ancora dove, ma ci saremo».
E poi c’è “Volevo essere Marlon Brando”.
«Uno spettacolo con cui ho debuttato quest’estate a Borgio Verezzi. È un viaggio nella mia biografia, ma non è un’autocelebrazione. Mi spoglio, racconto tutto, senza reticenze. È uno spettacolo tragicomico. La prima è andata benissimo, il pubblico ha reagito come speravo».
Le manca il cinema?
«No, perché lo sto facendo. Ho due film in partenza: “Cercatori d’Angeli”, con la regia di Leopoldo Pescatore, e “Prendiamoci una pausa”, diretto da Cristian Marazziti. Sono partecipazioni, ma belle».
Tra i tanti film a cui ha preso parte, ce n’è uno a cui è più legato?
«Il primo con Bellocchio, appena diciottenne, “La Cina è vicina”. Poi Moretti, Tornatore, Giovanni Veronesi, Monicelli, Francesco Nuti. Ne avrò fatti centosessanta, tra parti grandi e piccole».
C’è qualcosa del suo percorso che non rifarebbe?
«Rifarei tutto, anche gli errori. Anzi, meno male che ci sono stati».
Se le dico “Simpatici e antipatici”?
«Un bel ricordo. Io cerco sempre di dare verità. Lì è venuto fuori un personaggio particolare. Ma le memorie si sfumano: ricordo più le persone con cui ho lavorato, i registi, gli scambi umani. Questo lavoro è un gioco di squadra».
C’è un film che sente suo più degli altri?
«“Scacco pazzo”, tratto da una commedia di Vittorio Franceschi. Chiamai Nanni Loy alla regia ma è venuto a mancare prima di riuscire a girarlo. Alla fine l’ho diretto io. È un piccolo gioiello, un capolavoro anche se poco pubblicizzato. Poi c’è “Per amore, solo per amore” di Veronesi, con cui ho vinto il David di Donatello.
Ho fatto anche qualcosa con Nuti, poi lui si è lasciato andare ed è finito come è finito».
Che ricordo ha di Nuti?
«Lui è stato un grande raccontatore di storie, un grande regista, una personalità. Recentemente, vedendo un suo film con la mia compagna, ho pensato: “Ma come girava bene questo”. Chissà quante cose avrebbe potuto fare; invece si è autodistrutto».
C’è qualcosa che desidera ancora realizzare?
«Non lo so. Mi piace che qualcuno mi proponga qualcosa che mi ecciti, che mi faccia ubriacare di lavoro. Ogni tanto vado in depressione, l’età avanza, ma non voglio lamentarmi. Ho avuto tanto. Ho ancora amici, molti se ne sono andati, ma altri restano, e questo mi rincuora. Penso spesso a chi non c’è più, che mi faceva compagnia».
È il lavoro a salvarla, ancora oggi?
«Assolutamente sì. Il lavoro, la passione, la dedizione mi hanno salvato la vita. Mi salvano tuttora».