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Attualità Foggia

Foggia, la Quinta mafia dei braccianti spadroneggia nei ghetti

La mafia è entrata nel ghetto di Torretta Antonacci, un agglomerato di lamiere e legno nelle campagne tra Foggia e San Severo, nell’attuale alluvionata Capitanata. Sarebbe la Quinta, ma come per la Quarta, nessuno l’ha vista arrivare. O meglio, se la Quarta era stata, dapprima, rubricata come «guerra tra abigeatari», la Quinta è tutt’ora indicata come «conflitto tra braccianti»: disperati, sfruttati, spremuti da un caporalato che non è solo nel lavoro nei campi.

La mafia dei «dimenticati» spadroneggia nel ghetto, chiede il pizzo sugli allacci abusivi della corrente elettrica, sul riscaldamento, sull’acqua e chiaramente – a imitazione di quella dei «bianchi» – sulla vendita, abusiva, di cibo, abbigliamento e prodotti di vario genere. Nel ghetto di Torretta Antonacci si paga tutto, anche l’alloggio nei container posizionati dal Governo che qui non si è mai visto. Non importa se sei assegnatario ufficiale di un posto letto, devi pagare per restarci, altrimenti basta una segnalazione, una finta rissa scatenata da qualche altro disperato, magari istigato dai «mafiosi» per finire segnalato alla Questura e dimenticarsi, per sempre, di regolarizzare la propria posizione e avere un contratto di lavoro come si deve.

La storia

È successo a Alagie Singath, 29 anni, arrivato da un villaggio sperduto del Gambia. Prima tappa, qualche anno fa, a Lampedusa, poi in giro per alcune zone della Penisola e, infine, l’approdo nel ghetto di Torretta Antonacci: una baracca come alloggio e un lavoro che distrugge il fisico e la dignità. Alagie Singath aveva piccoli precedenti penali – qui si finisce incriminati per non aver rispettato il codice stradale, oppure per un presunto furto – e la sua «regolarizzazione» è andata a farsi benedire, magari però tenuta viva da avvocati che prendono soldi per pratiche che non completano mai.

Alagie Singath non ha resistito oltre. Il cugino, arrivato con lui, confessa che era triste e depresso e non parlava più con nessuno. La disperazione è una malattia che fa rumore dentro: scava e corrode e arriva a un punto di non ritorno, perché non hai nessuno a cui confessarla, neppure al cugino del Gambia. Alagie Singath è stato trovato impiccato in un casolare rurale, dismesso da tempo, a poca distanza dalla città fantasma di Torretta Antonacci.

È morto nel giorno del suo compleanno e per recuperare il suo corpo i soccorritori hanno raggiunto il casolare a piedi, perché il fango non permetteva il passaggio dei mezzi. Non è facile avere altre informazioni. I suoi «concittadini» del ghetto non parlano, non si fidano delle autorità italiane e preferiscono evitare ogni contatto per non finire in mezzo ai casini e ritrovarsi da testimoni, identificati e con un foglio di via tra le mani. Intanto, la sindaca di San Severo, Lidya Colangelo che chiede immediati interventi, minaccia lo sciopero della fame se si continuerà «a fare finta di nulla».

La testimonianza

«Gli africani hanno perso il sorriso» afferma don Nazareno Galullo, direttore di Migrantes della Caritas diocesana di San severo, l’unica ad aver aderito al progetto Polo Su.Pr.Eme, il programma finalizzato «a promuovere l’emersione, l’emancipazione e l’empowerment delle persone straniere vittime di sfruttamento lavorativo».

Don Nazareno è stato ieri – come fa ogni sabato – in visita al ghetto, questa volta in compagnia del vescovo mons. Giuseppe Mengoli, che mercoledì prossimo presiederà un momento di preghiera in ricordo del 29enne gambiano suicida e di Mamina Nyassy, ucciso qualche giorno fa, nel corso di una lite, nell’altro ghetto di Arena, alle porte di San Severo, svelato alle cronache proprio dal fatto delittuoso. Resta il mistero sulla morte di Alagie Singath.

«Gli africani non si tolgono la vita», sottolinea ancora don Nazareno, da settembre presenza abitudinaria nel ghetto, dopo una lunga esperienza di missionario in Benin. Don Nazareno evidenzia poi il contesto in cui è maturata la tragedia: «C’è molta depressione perché manca il lavoro e non hanno nulla da mangiare. C’è gente che non mangia da tre giorni e che si sente abbandonata da tutti» e che finisce ostaggio della «mafia del ghetto». E quando si è disperati si è pronti a tutto.

La resistenza

Ma c’è qualcuno che si ribella. Come un gruppo di una ventina di senegalesi che hanno deciso di «uscire» dal ghetto e vivere «per conto proprio» in alloggi di fortuna, pur avendo, alcuni di loro, diritto a un posto letto nei container, posizionati nel perimetro di Torretta Antonacci: quattro per ognuno degli ottanta moduli. Così succede, ad esempio, che c’è un senegalese bisognoso di cure sanitarie che avrebbe la possibilità di occupare il suo posto nel container ma resta nella sua baracca di fortuna «perché non ha soldi per pagare il pizzo per restare nel container», come riferisce un volontario che vuole l’anonimato.

La Quinta mafia allunga i suoi tentacoli, nel silenzio anche di quanti dovrebbero essere i custodi della legalità. Insomma, il fango non è solo nel terreno che circonda le baracche; la melma puzzolente della mafia è dentro le stesse baracche, ma si finge di non vederla: in fondo i braccianti continuano a farsi sfruttare nelle campagne, in fondo vivere così è sempre meglio che tornare a casa. Si sentirebbero doppiamente rifiutati: dal paese in cui cercavano fortuna e dalla comunità dalla quale sono partiti in cerca di fortuna.

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