«Lei ci disegna una mafia forte, pericolosa e letale, ma a fronte di questo, anziché esigere un forte potenziamento degli organici e delle strutture investigative, ci suggerisce di affrontarla a mani nude. Ci dice, in pratica, che per disarmare questi maledetti vampiri che succhiano il sangue della gente onesta basti presentarsi in Questura. Mi permette di avere qualche dubbio? Mio padre denunciò, e gli costò la vita». Lo scrive, in una lettera indirizzata al procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo Giovanni Melillo, Giuseppe Ciuffreda, figlio di Nicola, imprenditore edile ucciso a Foggia il 14 settembre del 1990 per essersi rifiutato di pagare il pizzo (la mafia foggiana pretendeva due miliardi di lire).
Melillo è stato recentemente a Foggia e, proprio dal capoluogo dauno, ha evidenziato che «la situazione della criminalità organizzata è peggiore di quella della Sicilia».
Ciuffreda, nella lunga lettera indirizzata a Melillo, afferma «di provare un certo disagio per il fatto che nel suo discorso, e in tutti gli altri discorsi in materia che ho sentito pronunciare dai rappresentanti della magistratura e delle istituzioni, mi pare manchino due parole preziose e fondamentali: le parole “chiediamo scusa”»
Ciuffreda ricorda, oltre al padre, anche Giovanni Panunzio, un altro imprenditore edile foggiano ucciso il 6 novembre del 1992 dalla mafia. Anche lui «denunciò, e non mi risulta sia stato protetto, anzi! Non fosse stato per il coraggio di Mario Nero (testimone di giustizia scomparso nel 2021) probabilmente staremmo ancora cercando il suo assassino», sottolinea.
«È chiaro – scrive l’uomo -, che lei non ha nulla di cui scusarsi sul piano personale: tutta l’Italia conosce il suo scrupolo e il suo impegno, ma lei non crede che ci sia qualcosa da affinare, da rivedere, da correggere nell’azione dello Stato e della Magistratura?». In un passaggio della missiva sottolinea inoltre anche «che a volte denunciare e chiedere giustizia non sembra sortire effetto alcuno».
La lettera si chiude con una consapevolezza: «Spero che potrà comprendere e perdonare quel sottile disagio che avverto quando c’è qualcuno che ci ammonisce con il ditino alzato perché non siamo abbastanza eroi. Siamo tutti dalla stessa parte, certo; e dobbiamo attivarci insieme e in modo compatto. Ma dobbiamo farlo guardandoci negli occhi, confrontandoci nella chiarezza, nella sincerità e persino nella franchezza, se serve. La mancanza di quel “chiediamo scusa”, mi creda, pesa molto».
