Emanuele e Ibra sono i due protagonisti di Funerale contromano, romanzo edito dalla barese Les Flâneurs e firmato da Emiliano Moccia, autore e giornalista foggiano che da decenni racconta storie e casi di cronaca legati al mondo dei cosiddetti «invisibili».
Sono entrambi senza fissa dimora e vivono nel dormitorio pubblico di Foggia: l’uno, Emanuele, è un ex giornalista che ha mollato tutto, restio alle logiche frenetiche di un mestiere che l’ha letteralmente travolto; l’altro, Ibra, è un gambiano di mezza età giunto in Italia poco più che ventenne, irretito nelle logiche dello sfruttamento lavorativo.
A unirli è un viaggio, o meglio una missione che dovranno compiere: trovare i soldi per riportare a casa, in Gambia, la salma del giovane Said, nipote di Ibra, morto durante un rientro dal lavoro nei campi. In questa intervista, Emiliano Moccia entra nel merito del suo romanzo.
Un libro su due senza fissa dimora che tentano di riportare a casa una salma: una storia tutt’altro che pop, perché raccontarla?
«È un insieme di situazioni che ho conosciuto e vissuto da vicino, da volontario e da giornalista. Nasce dall’incontro con un senza dimora che è venuto a mancare: all’obitorio, quando mi sono recato per il riconoscimento, nelle celle frigorifere c’erano tante altre persone, italiani e stranieri, morti, non identificati, come recitava il cartellino che avevano addosso. Persone trovate nelle campagne, senza nome, senza documenti. È un evento che mi ha colpito: un essere umano che scompare nel nulla, come se non fosse mai esistito. Invisibile anche da morto».
All’origine del libro c’è un caso di cronaca, vero?
«È un accadimento che non è stato mai risolto: il doppio incidente stradale avvenuto in Capitanata nell’agosto del 2018, dove morirono sedici migranti. È un’assurdità: vieni a lavorare, vieni sfruttato, vivi nei ghetti perché solo lì puoi trovare lavoro, accetti tutto, e poi muori così, come niente».
Quanto c’è di vero nelle tante storie raccontate nel libro?
«Il romanzo prende in prestito situazioni vere calandole in un contesto di fantasia. Nomi e storie che si incontrano sono vere, ed è stato un modo per restituire fedelmente il vissuto di queste persone».
«Ti sei mai sentito invisibile?» È ciò che si chiede uno dei due protagonisti: cosa vuol dire sentirsi invisibili in Capitanata?
«È un problema ancora molto attuale, basti pensare a quei fondi Pnrr che avrebbero dovuto risollevare la situazione nelle campagne e che sono andati persi: la politica non è riuscita, o non ha voluto risolvere questa invisibilità. Riguarda i migranti, certo, ma anche tanti italiani che per anni sono stati accolti e aiutati esclusivamente dal mondo del volontariato. I senza dimora sono ancora molto invisibili: anche solo per accedere al dormitorio di Foggia, ad esempio, sono necessari dei requisiti stringenti che ogni giorno mettono fuori una serie di persone, di fatto condannandoli all’invisibilità».
È da lì che parte l’avventura di Emanuele e Ibra. Che vita è la loro? E quanto ne sono consapevoli?
«Le giornate dei senza dimora sono lente e simili. Si va in giro per la città, nei centri commerciali, nelle stazioni, anche per riscaldarsi o per trovare un po’ di fresco d’estate. Per molti di loro c’è il dramma della solitudine: spesso affrontano una lunga giornata completamente isolati, in attesa di incontrare quei volontari che finalmente li chiamano per nome, una cosa piccola che però restituisce loro dignità. È fondamentale intercettarli quando sono diventati senza dimora da poco, in quei casi è possibile risollevarli. Ma servono strutture adeguate e qui mancano».
A dare una mano ai due protagonisti è il senso di umanità di chi non ha nulla: esiste davvero?
«Esiste, l’ho visto tante volte. Nei ghetti, ad esempio, quando muore uno di loro, spesso sono gli stessi migranti, con l’aiuto di associazioni e sindacati, a raccogliere i soldi per riportare la salma nel paese di origine. Esiste una solidarietà sia nei senza dimora che tra i migranti: nonostante la povertà, come dire, il cuore regge».
La voce narrante è quella di un ex giornalista che ha mollato tutto: c’è qualcosa che condividi del malessere di Emanuele?
«Anche io come lui rifiuto questa logica della velocità, imperante ormai nel mestiere giornalistico. C’è la fretta di arrivare prima a scapito della qualità e della correttezza: questo tipo di giornalismo a me non interessa più. Preferisco raccontare con lentezza, ma andando più a fondo».