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Ci ha messo la faccia, di nuovo. Ma questa volta non per subire una gogna mediatica, bensì per riprendersi la propria vita e lanciare un potente messaggio di coraggio. Arianna Petti, la 19enne foggiana vittima di una spietata e umiliante campagna diffamatoria a sfondo sessuale, ha pubblicato un video di otto minuti sul suo profilo TikTok in cui ricostruisce l’intera vicenda, facendo nome e cognome del suo presunto persecutore.
Nei mesi scorsi, la giovane era finita in un incubo a occhi aperti: il suo volto era stato associato a immagini pornografiche create artificialmente (deepfake) e i suoi dati personali sensibili erano stati stampati su decine di manifesti abusivi, affissi senza pietà sui muri di Foggia e persino davanti ai cancelli del liceo che frequentava. La svolta decisiva nelle indagini, che ha portato alle manette per il diciannovenne, è arrivata grazie all’analisi informatica dei dispositivi sequestrati. Nel computer del padre del ragazzo, infatti, gli inquirenti hanno rintracciato il file originale utilizzato per la stampa dei manifesti. L’esame di ulteriori smartphone e supporti digitali ha poi restituito centinaia di altre immagini e conversazioni inequivocabili che hanno blindato l’impianto accusatorio.
A una settimana dall’arresto, Arianna ha deciso di usare i social – spesso teatro di queste forme di violenza psicologica – per trasformare il suo dolore in un monito. Nel video, diventato subito virale, la ragazza esorta chiunque subisca atti simili di revenge porn, cyberbullismo o diffamazione a trovare la forza di rivolgersi alle autorità. «Denunciate – è il suo appello accorato alla telecamera –, perché il silenzio protegge chi fa del male, non chi lo subisce».