Conoscere la fame più nera e la morte per insegnare, infine, il valore sacro della vita e della condivisione. È la potente eredità morale lasciata da Antonio Festa, internato militare italiano (Imi), la cui storia uscirà dall’oblio domani mattina presso la Prefettura di Foggia. In occasione delle celebrazioni solenni per il Giorno della Memoria, i familiari dell’uomo riceveranno dalle mani delle istituzioni la medaglia d’onore conferita dal Presidente della Repubblica ai cittadini deportati e internati nei lager nazisti.
Il “No” e il calvario
Nato ad Orta Nova nel 1909 e scomparso nel 1995, Festa fu protagonista di quella “Resistenza senz’armi” attuata da centinaia di migliaia di soldati italiani. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, rifiutò l’adesione alla Repubblica di Salò e la collaborazione con il Terzo Reich. Catturato dalle truppe tedesche in Grecia il 9 settembre 1943, iniziò per lui un calvario durato due anni: prima rinchiuso nello Stalag 3 D di Berlino, poi costretto ai lavori forzati a Norimberga, sopravvivendo in condizioni igienico-sanitarie disumane.
Il ricordo della famiglia
A ricostruire la figura di Antonio sono oggi la figlia ottantottenne, Savina, e i nipoti Giuseppe e Mario, che domani ritireranno l’onorificenza. «Nonno ci ha insegnato l’unione e la condivisione, anche solo di un piccolo tozzo di pane, con chi è meno fortunato», racconta commosso il nipote Giuseppe Ciociola. «Lui che ha guardato in faccia l’orrore, ci ha trasmesso speranza». La sopravvivenza nel campo, ricorda invece la figlia Savina, fu legata alla sua straordinaria tempra: «Si salvò perché i tedeschi riconoscevano in lui un gran lavoratore. Ma anche in prigionia non smise mai di aiutare chi era disperato e non ce la faceva».
Liberato con la fine della guerra in Europa, Festa rientrò a casa l’11 giugno 1945, portando con sé il peso di un’esperienza indicibile. Come molti sopravvissuti, per anni si chiuse nel silenzio, incapace di raccontare l’abisso vissuto. La sua cura contro i fantasmi del passato fu la terra madre: «Si rifugiò nel suo vigneto nelle campagne di Orta Nova – confida la figlia –. Quella era la sua consolazione, il suo vero senso di libertà». Domani, quel silenzio operoso diventerà memoria collettiva di un intero territorio.