Un lungo e rischioso viaggio a piedi attraverso l’Africa prima dell’imbarco nel Mediterraneo, una laurea in tasca e, oggi, un presente da tirocinante all’interno della cittadella della giustizia. È la storia di Fotso Kougang, trentenne originario del Camerun, che ha ufficialmente iniziato un percorso di formazione e inclusione sociale e lavorativa presso gli uffici della Procura della Repubblica di Foggia.
Il progetto, nato nel 2020 sotto la guida dell’allora procuratore Ludovico Vaccaro, prosegue oggi grazie alla sensibilità dell’attuale Procuratore Capo, Enrico Infante, e all’impegno del cancelliere e tutor Roberto Ginese. L’iniziativa, giunta al suo quattordicesimo tirocinio, è realizzata in stretta collaborazione con la cooperativa sociale Medtraining, ente che gestisce i progetti SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) sul territorio della Capitanata.
La fuga dalla guerra e il sogno della cybersecurity
Fotso ha dovuto abbandonare il Camerun circa due anni fa a causa di gravi tensioni politiche e minacce alla sua sicurezza, lasciando la sua famiglia con la speranza di poterla riabbracciare presto. Nonostante una laurea in Gestione Contabile e Finanziaria conseguita nel suo Paese d’origine, ha dovuto affrontare la durissima rotta migratoria che lo ha visto attraversare a piedi Nigeria, Niger, Algeria e Tunisia, prima di approdare sulle coste italiane.
Attualmente il giovane è accolto all’interno del progetto SAI “Free entry” di Candela, il piccolo comune dei Monti Dauni dove ha avviato lo studio della lingua italiana. Ma i suoi obiettivi guardano già all’alta tecnologia: Fotso sta infatti studiando per superare i test d’accesso al corso per diventare Cybersecurity Expert presso l’Its Apulia Digital.
«Colleghi splendidi, mi sento utile»
Per quattro mesi, dal lunedì al venerdì, il trentenne sarà impegnato nel movimentare fascicoli, supportare le attività quotidiane degli uffici giudiziari e interfacciarsi con il personale della Procura. Un’attività che, da un lato, offre un aiuto concreto per alleggerire i carichi di lavoro dovuti alle storiche carenze di organico del Tribunale e, dall’altro, non comporta alcun tipo di onere economico a carico della Procura o del Ministero della Giustizia.
«Mi piace moltissimo questa nuova esperienza – racconta Fotso con entusiasmo –. Lavorare con i colleghi della Procura mi sta insegnando tante cose. Per me è un’opportunità straordinaria per acquisire nuove competenze sul campo e, allo stesso tempo, per perfezionare il mio italiano parlando ogni giorno con le persone».
L’iniziativa foggiana si conferma così una best practice di cittadinanza attiva: stare a stretto contatto con le istituzioni giudiziarie permette ai beneficiari di sviluppare relazioni umane profonde e un forte senso di appartenenza allo Stato italiano, trasformando l’accoglienza in un percorso concreto di prevenzione dei conflitti sociali e di reale riscatto professionale.
