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Cronaca Foggia

Camilla Di Pumpo morì a 25 anni in un incidente a Foggia, i genitori: «Verità e giustizia»

Giovedì prossimo, 19 febbraio, la Corte di Cassazione sarà chiamata a decidere sull’ammissibilità del ricorso presentato dai genitori di Camilla Di Pumpo, la praticante avvocato di 25 anni travolta e uccisa a Foggia nel 2022.

I familiari della ragazza chiedono un nuovo processo dopo che la condanna a cinque anni e due mesi inflitta in primo grado dal Tribunale di Bari al 23enne Francesco Cannone – accusato di aver provocato l’incidente – è stata ridotta in appello a quattro anni. Cannone è stato condannato in primo grado per omicidio stradale e falsità ideologica: gli è stato contestato anche il tentativo di far credere che alla guida dell’auto non ci fosse lui.

La famiglia di Camilla, attraverso una lettera aperta, denuncia con forza il tentativo di «colpevolizzare la vittima» e la derubricazione dell’omicidio a «banale incidente stradale».

L’attesa della Suprema Corte

Il caso approda davanti agli ermellini dopo un percorso giudiziario che i genitori di Camilla, Michele e Roberta, insieme al fratello Matteo, definiscono un vero e proprio calvario.

Al centro della contestazione vi è una perizia tecnica sulla velocità dei veicoli, giudicata dai familiari «discutibile e contraddittoria», che avrebbe portato a una condanna ritenuta puramente simbolica per l’investitore. Quest’ultimo, secondo la ricostruzione dei parenti, non solo non avrebbe prestato soccorso, ma avrebbe tentato di inquinare le prove inscenando una sostituzione alla guida con il proprio padre.

La dinamica della tragedia

L’incidente risale alla sera del 26 gennaio 2022. Camilla Di Pumpo stava rientrando a casa al volante della sua Fiat Panda quando, in pieno centro abitato a Foggia, è stata centrata da un’auto che procedeva a velocità elevatissima.

L’impatto non le ha lasciato scampo. Sulla salma di Camilla Di Pumpo è stata eseguita l’autopsia che ha confermato il decesso per le molteplici fratture e lesioni interne riportate nell’urto violento.

Una vita spezzata

Camilla era una giovane determinata, laureata in Giurisprudenza e prossima alla professione forense. «Il suo sogno era diventare avvocato penalista», ricordano i genitori, sottolineando l’amara ironia di un destino che l’ha portata in tribunale non come difesa, ma come vittima di un sistema che sentono ostile.

La famiglia punta il dito contro uno stile di guida sprezzante delle regole di civiltà, che rifletterebbe un modo irresponsabile di affermarsi calpestando la sicurezza altrui.

L’appello ai magistrati

In vista dell’udienza di giovedì, la famiglia ha chiesto una preghiera per la ragazza e un atto di responsabilità per i giudici. «Chiediamo verità e giustizia ai magistrati che dovranno studiare i fascicoli», scrivono, ribadendo la volontà di non arrendersi nonostante i consigli di chi suggeriva di «lasciare perdere».

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