Seicento persone in sala, altre trecento rimaste fuori e, poche ore dopo, un messaggio che oggi, alla luce dell’inchiesta sull’attentato al giornalista Rai, Sigfrido Ranucci, assume un significato completamente diverso. È il dettaglio foggiano che emerge dalle 198 pagine dell’ordinanza con cui il gip di Roma, Iole Moricca, ha disposto il carcere per Valter Lavitola, accusato dalla Procura di Roma di essere il mandante dell’esplosione avvenuta il 16 ottobre 2025 davanti alla casa del giornalista di Report, a Pomezia.
La scena risale al 17 ottobre 2024. Ranucci è a Foggia per presentare il suo libro «La scelta».
Una giornata raccontata nelle chat tra il giornalista e Lavitola attraverso fotografie e messaggi whatsapp. È proprio da quelle conversazioni, recuperate dal telefono dell’ex editore, che gli investigatori ricostruiscono anche il progetto politico che Lavitola avrebbe coltivato nei confronti dell’amico. La mattina cerca Ranucci al telefono. Non ricevendo risposta, gli scrive preoccupato. Il giornalista gli spiega di essere alle prese con alcune difficoltà, ma di voler andare avanti. Quando Lavitola gli domanda se possa aiutarlo, arriva una risposta ironica: «Prestami Gomes». Il riferimento, secondo l’ordinanza, è a Clesio Tavares Gomes, collaboratore di Lavitola, indicato dagli inquirenti come la persona che avrebbe ricevuto l’incarico di trovare chi potesse procurare l’esplosivo e organizzare l’attentato contro Ranucci. Anche Gomes è destinatario della misura cautelare, ma risulta al momento ricercato.
È però la sera a riportare Foggia al centro della vicenda. Alle 22.29 Ranucci invia a Lavitola alcune fotografie della presentazione. Il giornalista racconta che sono state circa 600 le persone presenti e che altre 300 hanno dovuto rinunciare a entrare. Lavitola legge quei numeri in chiave politica. «Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale, come si fanno negli USA», scrive. Poco dopo rincara la dose: Ranucci sarebbe «uno dei pochissimi leader potabili per questo paese». Il giornalista risponde con tono scherzoso, ma il tema non si chiude. Due giorni dopo arriva un’altra fotografia: il libro è in testa alle vendite della settimana. La risposta di Lavitola è breve: «Ti prego parliamone».
Nelle conversazioni successive il progetto torna a galla. Il 23 ottobre compare un’altra frase destinata oggi a pesare nelle carte dell’inchiesta: «Va beh che sei un futuro presidente». Per il gip, non si tratta dunque di una semplice provocazione tra amici. Dall’analisi forense del cellulare emerge un’idea che Lavitola avrebbe coltivato già nei mesi precedenti: convincere Ranucci a candidarsi alle elezioni politiche del 2027, fino all’ambizione di portarlo a Palazzo Chigi. È soprattutto una conversazione del 29 luglio 2024 a rafforzare questa lettura. Dopo aver discusso degli ascolti televisivi, Lavitola prospetta all’amico un futuro lontano dalla Rai e gli scrive: «E tra 2 anni fai il Presidente». Poi arriva l’attentato. Il 16 ottobre 2025 un ordigno composto da gelatina da cava esplode davanti all’abitazione di Ranucci. Vengono danneggiate le automobili del giornalista e della moglie e il muro di recinzione. In casa ci sono Ranucci, la moglie e la figlia, che restano illesi.
Secondo l’accusa, Lavitola avrebbe commissionato l’azione a Gomes, incaricandolo di individuare persone capaci di procurare l’esplosivo e portare a termine l’attacco. È la ricostruzione contenuta nell’ordinanza cautelare e, come tale, dovrà trovare conferma nel corso del procedimento. Ma oggi, rileggendo quelle chat, anche quella serata foggiana del 17 ottobre 2024 acquista un’altra luce. Una sala piena, centinaia di persone rimaste fuori e un amico che, davanti a quei numeri, vedeva già il possibile inizio di una campagna elettorale.
