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Un socialista istituzionale

Un socialista istituzionale

Alberto Tedesco si è incamminato per il viaggio senza ritorno, lasciando increduli amici e compagni, sgomenti Cristina, Carlo e Famiglia.

Alberto, socialista senza riserve, è stato in campo fino alla fine: solo il suo viaggio a Milano – anche quello «della speranza» – nei preparativi della campagna per le ultime regionali lo costrinse ad allontanarsene: ma da protagonista e lasciando il segno più che visibile del dirigente che era. Poi la sorte ha deciso diversamente, e dalla primavera ’25 solo un susseguirsi di speranza e delusioni fra l’affetto e la vicinanza dei compagni alla ricerca di quel filo di fiducia mentre incalzava l’inesorabilità dell’epilogo: fino a giorni fa quando si è appreso del trasferimento in un luogo senza più alcuna speranza, ormai. In questo lunghissimo anno mi ha tormentato il pensiero di quanto con lui possa essere stato crudele, cattivo, forse barbaro il contrappasso.

Non credo che ci sia amico o compagno di partito, o solo conoscente, che non abbia sperimentato l’abdicazione di Alberto per la ricerca di un medico, di un posto letto, di una visita specialistica urgente, seguita sempre da un risultato; ci è riuscito con tutti, mentre la sorte matrigna non ha consentito che quella generosità gli fosse ricambiata. Una vera ingiustizia. Non la sola, anche se la più terribile, che gli sia capitato di vivere.

Ma non era uno dei tanti che si formavano per l’occasione; erano giovani che volevano apprendere, volevano sapere, ai quali del Socialismo non bastava il fascino della parola ma chiedevano di più e lo ottennero: tant’è che finite le elezioni prende avvio la militanza.

Era affascinato dai dibattiti del Direttivo nella sezione di Bari centro dove si alternavano dirigenti della mia generazione (Passaro, Dalena, Scamarcio, Morea, Degennaro) e lì è entrato nel vivo della politica e dei suoi ingranaggi. Ed infatti, non tardò ad uscire dal bozzolo e a far parte dei nuclei ristretti, prima del gruppo Di Vagno poi in quello di Claudio Lenoci, dopo la tragica morte di Titino. Presidente di una delle più importanti aziende municipalizzate di Bari, dove si distingue per l’efficacia dell’azione rinnovatrice, nel 1985 è candidato per il gruppo Lenoci al Consiglio regionale.

È eletto e ha l’opportunità di manifestare il «senso delle istituzioni» assieme alla capacità d’interpretare i valori del socialismo, spendendosi in favore dei meno abbienti: con l’umiltà del militante e il piglio del dirigente. La revisione dello Statuto regionale, con l’impronta di Beniamino Finocchiro, porta tuttora la sua firma.

La crisi del socialismo organizzato degli anni ’90 non lo disarma, prosegue con la variante dei «Socialisti Autonomisti» fino alla sua esperienza con il Pd, al quale aderisce nel 2008 ed è eletto senatore. Memorabile nel 2004-05 la battaglia tutta personale, ma di rilevante spessore politico, per contrastare il piano di riordino ospedaliero ideato dal presidente grazie al quale Fitto pensava di tornare trionfante alla presidenza della Regione: ma non aveva fatto i conti con la competenza e la perseverante tenacia di Alberto che lo inseguì, Comune per Comune, per tutta la Regione, per documentare quanto quel progetto fosse sbagliato. Fitto perse e vinse Vendola: com’era ovvio gli toccò l’assessorato alla sanità ma, sopratutto, diviene punto di riferimento per il rinnovamento della politica regionale e intesse non comuni relazioni umane testimoniate, tuttora, dagli affetti profondi che sopravvivono con colleghi non della sua parte politica. Una battaglia costante, dunque, per la sanità pubblica efficiente, sempre coniugata con l’impegno civile per la salute dei singoli.

Nulla di più socialista.