Chissà perché non sono per niente sorpreso. Federacciai si sfila dalla partita ex Ilva. Davvero qualcuno pensava che gli acciaieri italiani avrebbero rilevato l’ormai ex siderurgico di Taranto? A me quella manifestazione d’interesse è sembrata fin dall’inizio un modo per guadagnare tempo. Dopo aver esaminato conti e impianti, hanno capito che non conveniva neanche prendersi l’area a freddo. Figuriamoci. Adesso manca soltanto che si ricominci a trattare con indiani e americani. O chissà cos’altro tireranno fuori dal cilindro per guadagnare altro tempo. Magari fino ad aprile-maggio, quando andremo a votare.
Sull’Ilva da quattordici anni si perde tempo. Si è inseguito il folle progetto di tornare a produrre acciaio, mentre Taranto avrebbe avuto bisogno, già da anni, di una vera riconversione industriale, economica e sociale. Con investimenti, scadenze e alternative per chi lavora.
Fa ridere, non sorridere, proprio ridere (o forse piangere), sentire il sindaco Bitetti dichiarare che «la città è in una fase di transizione totale». Lo ha detto davvero, ieri, alla commemorazione dei defunti. Circostanza peraltro azzeccatissima. Ma quale transizione? Dove la vede? Taranto è nel buio più totale. Non c’è alcuna transizione. C’è una città sospesa, ostaggio di rinvii e promesse. E ora si discute persino di spostare 482 milioni del Just Transition Fund.
E il sindaco riesce a cogliere «aspetti positivi». Quali? Ce li indichi. Con nomi, numeri e risultati. Perché alle parole non crede più nessuno.
