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Taranto e la farsa infinita – L’EDITORIALE

Taranto e la farsa infinita – L’EDITORIALE
Taranto vista dall’alto (foto pubblicata sui social dal commissario straordinario per i Giochi del Mediterraneo, Massimo Ferrarese)

Chissà perché non sono per niente sorpreso. Federacciai si sfila dalla partita ex Ilva. Davvero qualcuno pensava che gli acciaieri italiani avrebbero rilevato l’ormai ex siderurgico di Taranto? A me quella manifestazione d’interesse è sembrata fin dall’inizio un modo per guadagnare tempo. Dopo aver esaminato conti e impianti, hanno capito che non conveniva neanche prendersi l’area a freddo. Figuriamoci. Adesso manca soltanto che si ricominci a trattare con indiani e americani. O chissà cos’altro tireranno fuori dal cilindro per guadagnare altro tempo. Magari fino ad aprile-maggio, quando andremo a votare.

Sull’Ilva da quattordici anni si perde tempo. Si è inseguito il folle progetto di tornare a produrre acciaio, mentre Taranto avrebbe avuto bisogno, già da anni, di una vera riconversione industriale, economica e sociale. Con investimenti, scadenze e alternative per chi lavora.

Fa ridere, non sorridere, proprio ridere (o forse piangere), sentire il sindaco Bitetti dichiarare che «la città è in una fase di transizione totale». Lo ha detto davvero, ieri, alla commemorazione dei defunti. Circostanza peraltro azzeccatissima. Ma quale transizione? Dove la vede? Taranto è nel buio più totale. Non c’è alcuna transizione. C’è una città sospesa, ostaggio di rinvii e promesse. E ora si discute persino di spostare 482 milioni del Just Transition Fund.

E il sindaco riesce a cogliere «aspetti positivi». Quali? Ce li indichi. Con nomi, numeri e risultati. Perché alle parole non crede più nessuno.