C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra il tempo della giustizia e quello della reputazione. Il primo è lento, fatto di atti, perizie, verifiche; il secondo è immediato, alimentato dalla logica della notizia e dalla fame di scandalo.
L’assoluzione di Vittorio Sgarbi nel caso del dipinto attribuito a Rutilio Manetti – pronunciata con la formula dell’insufficienza di prove – riporta al centro questa frattura tra verità giudiziaria e narrazione pubblica.
C’è un dettaglio che vale più di molte analisi: quando l’indagine esplode occupa aperture, talk show, paginate intere. Quando arriva l’assoluzione, la notizia scivola in un trafiletto. È qui che si misura l’asimmetria.
In Italia il processo mediatico spesso precede quello penale, soprattutto quando l’imputato è un personaggio divisivo. Sgarbi, con la sua cifra polemica e provocatoria, è il bersaglio perfetto: il sospetto attecchisce perché si innesta su un carattere già esposto, già polarizzante. Il racconto si consolida prima ancora che le prove vengano vagliate. Ma il diritto non è un talk show. Vale un principio semplice: l’onere della prova spetta all’accusa. Se la prova non regge, l’imputato è innocente. È l’architrave dello Stato liberale, la linea di confine tra giustizia e suggestione.
Il caso, nato anche da inchieste giornalistiche, mostra quanto il confine tra investigazione e spettacolarizzazione possa diventare fragile. Il giornalismo è necessario, la macchina del fango no. Perché quando l’ipotesi accusatoria diventa narrazione dominante, l’opinione pubblica emette un verdetto che nessuna sentenza riesce davvero a cancellare. E qui il tema smette di essere teorico.
Negli ultimi mesi Vittorio Sgarbi ha attraversato una grave forma di depressione, culminata nel marzo 2025 con un ricovero al Policlinico Gemelli di Roma. Prima le dimissioni da sottosegretario alla Cultura, poi le contestazioni giudiziarie, infine l’esposizione mediatica costante: un assedio.
Non si tratta di trasformare un’assoluzione in agiografia. Si tratta di ricordare che dietro il personaggio pubblico c’è un uomo. E che la pressione continua, la delegittimazione preventiva, la trasformazione del sospetto in identità possono produrre conseguenze reali, fisiche, psichiche. L’assoluzione ristabilisce un principio giuridico. Ma non cancella i mesi di gogna. E questo dovrebbe farci riflettere: quando la giustizia arriva, il danno è spesso già stato fatto.













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