Il Servizio sanitario nazionale è un modello di sanità che non ha eguali in nessun’altra nazione al mondo, un sistema che si fa carico di salvaguardare la salute di tutte le persone, indistintamente, anche di stranieri che vi eccedono in emergenza senza che nessuno chieda loro prima la carta di credito, così come è capitato a qualche nostro povero connazionale che ha avuto la disavventura di dover ricorrere a cure urgenti in un paese estero. Il nostro sistema sanitario ha rappresentato fino a qualche anno fa un’eccellenza indiscussa che ha salvaguardato la salute degli italiani, favorendo il benessere e portando all’allungamento della vita media delle persone. Da qualche anno, però, la nostra sanità sta perdendo colpi, la qualità percepita non è più la stessa, le prestazioni avvengono in tempi più lunghi, vi sono carenza di personale e di posti letto, ticket, divario Nord-Sud e così via. Tutto ci dice che il Servizio sanitario nazionale è sempre meno sostenibile. E non c’è neppure da stare tranquilli se andiamo a leggere quanto riportato nel settimo rapporto della Fondazione Gimbe o nel rapporto del Centro Crea Sanità, anch’essi improntati nel mettere in luce un disagio del sistema, specie per quanto concerne l’applicazione dei principi di universalità e uguaglianza sanciti dalla Costituzione.
La verità sta nel fatto che, da qualche anno, le cose si sono modificate in peggio perché la sanità in Italia è stata ritenuta un capitolo dal quale attingere risorse tagliando beni e servizi alla popolazione, per porli in altri capitoli di bilancio. Di fronte a una coperta corta, la sanità ha rappresentato un bancomat dove attingere risorse, e lo si è fatto contraendo il personale (blocco del turn-over), tagliando posti letto, chiudendo ospedali, riducendo la spesa farmaceutica, stringendo sui contratti di lavoro e così via. Tutto ciò sta inesorabilmente mettendo in crisi il nostro invidiato Servizio sanitario nazionale. Dall’analisi del Gimbe dal 2013 si è stimato un fabbisogno sanitario annuale in crescita di oltre due miliardi di euro. Attualmente, questo Governo ha aumentato gli stanziamenti portandoli a 136,5 miliardi. È un buon riscontro, anzi ottimo, ma non bastano. Ne occorrerebbero, secondo il rapporto Crea, almeno altri 30 in più per portare le cose all’accettabilità in un raffronto con le altre nazioni al nostro stesso livello (Francia, Inghilterra, Germania).
Passiamo al capitolo personale sanitario: sono pochi, prevalentemente con alta anzianità di servizio, soggetti a turni spesso massacranti, alcuni operatori sono in evidente burn-out, spesso oggetto di violenze gratuite, alcuni pronti a lasciare il lavoro nel pubblico per varie motivazioni e passare al privato o emigrare all’estero ove il lavoro è più gratificante e gli stipendi sono molto più alti. Possiamo dire che solo per i medici in Italia, dal 2019, ne abbiamo 15mila in meno. Non parliamo del divario assistenziale Nord-Sud: assistiamo a una crescente mobilità passiva per circa 11 miliardi in dieci anni, prevalentemente in favore di tre regioni del nord (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna). Parliamo di italiani del Sud che vanno al Nord perché trovano più adeguate le risposte che il Settentrione fornisce ai loro bisogni di salute. Mi chiedo cosa succederà al sistema salute quando sarà completata l’autonomia differenziata tra le varie Regioni. Hai voglia a dire che l’autonomia serve da stimolo a tutti per fare meglio. Ma se non hai i mezzi e non ci riesci ora, non vedo come le Regioni più arretrate riusciranno a fare il salto di qualità e a raggiungere almeno la sufficienza.
I Lea (Livelli essenziali di assistenza), i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) i Leps (Livelli essenziali delle prestazioni sociali) confermano da sempre il gap Nord-Sud. In questi giorni abbiamo letto la classifica, stilata dal Ministero della Salute, in relazione ai Lea. Come detto, il Nord è ai primi posti: Veneto, Emilia-Romagna, Trento, Toscana, Piemonte e così via. Anche la Puglia è risultata adempiente, è al decimo posto facendo la media, e primeggia nel Centro-Sud. I meno adempienti, i non promossi, sono prevalentemente i territori meridionali. Una classifica che si fa valutando tre aree (prevenzione, territorio, ospedali) e poi calcolando la media. Con la sufficienza si è promossi. Chi è stato promosso ha sbandierato il proprio risultato. Ma si tratta dei Lea, cioè il “minimo sindacale” che deve essere garantito a tutte le persone. Già dall’analisi dei risultati non tutte le Regioni vi riescono. Ma chiediamo alle persone, anche di quelle regioni promosse e che fanno la felicità dei politici: «Siete soddisfatte della sanità che vi viene erogata?» Sarei curioso di sentire le loro risposte. Poi vi sono altri dati da tenere presente, tipo l’applicazione del Pnrr, che riguarda la diffusione di una sanità attualmente adempiente “a macchia di leopardo” (case di comunità, ospedali di comunità, Cot e così via).
Ma le dolenti note vengono ora: pensiamo al boom della spesa “out of pocket” (+10,3%), quasi 4 miliardi. Secondo il rapporto Crea la spesa privata è un quarto di quella totale. Stiamo parlando di persone che hanno dovuto pagare le cure e gli esami di tasca propria. E, questo fenomeno, denotando indirettamente una certa ricchezza economica, è avvenuto prevalentemente al Nord. Nel 2023 circa 4,5 milioni di persone hanno rinunciato alle cure per vari motivi quali, per esempio, liste di attesa e difficoltà logistiche; di queste persone rinuncianti, 2,5 milioni lo hanno fatto per ragioni economiche. Nel frattempo, crolla la spesa per la prevenzione (-18,6%). Significa che avremo più malati da curare e molti più giorni di malattia (meno persone a lavoro). La spesa sanitaria pubblica ha un gap di 52,4 miliardi rispetto alla media dei Paesi europei. Secondo il Rapporto Crea, nel 2023 la spesa pubblica e privata è stata di 176,2 miliardi. Giusto i 40 miliardi che mancano. Anche la valutazione della percentuale di spesa sanitaria in base al Pil scenderà al 6,2% dal 2026, mentre il rapporto Crea indica in 8,5% la media tra le nazioni europee.
Concordo con chi dice che le percentuali in base al Pil hanno poco senso perché bisogna vedere i numeri in assoluto. Però, guardando i numeri in assoluto, i 40 miliardi mancano davvero. In conclusione, ora la palla passa alla politica sia nazionale sia regionale La domanda è d’obbligo: cosa vogliamo farne del nostro bellissimo Servizio sanitario? La risposta e i conseguenti atti devono essere forniti in tempi molto brevi. Altrimenti sarà molto dura poterlo mantenere, visto i segnali preoccupanti che percepiamo da qualche anno.
Franco Lavalle è segretario Ussmo (Universo Sanità Sindacato Medici Ospedalieri)