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Sanità: l’ora delle scelte difficili – L’EDITORIALE

La partita aperta dal presidente della Regione, Antonio Decaro, e dall’assessore alla Santità, Donato Pentassuglia, che rivolta come un calzino piccole e grandi rendite di posizione e l’organizzazione delle strutture ospedaliere, ha bisogno di visione e, soprattutto, di coraggio per le scelte radicali di cui necessita. Mettetevi comodi, allora, perchè il ragionamento sarà un po’ lungo, ma speriamo chiarificatore.

Le questioni in campo sono diverse. Vediamo la prima. L’incontro con i direttori generali di due giorni fa ha certificato una verità: in alcuni ospedali nel Brindisino e nel Tarantino lavorano nei Pronto soccorso solo due o tre medici. Ospedali a cavallo della Bat e Capitanata non se la passano meglio. Spesso, i Pronto soccorso di questi ospedali non registrano l’affollamento che c’è nei grandi centri urbani, anzi, risultano visitati da pochi pazienti e spesso nemmeno in codice rosso o giallo. Che fare? Qui la prima scelta difficile che si pone agli amministratori pur divisa fra tutela di prossimità dei fragili e razionalizzazione dell’esistente, imporrebbe la chiusura di alcune strutture. La posta in gioco, da quanto è dato di capire, è proprio questa, con le inevitabili polemiche e delusioni territoriali. Tradotto in soldoni: occorre una scelta coraggiosa.

Secondo corno. La mancanza di personale – che ha portato il presidente Decaro a fare l’esempio della Calabria che ha scelto di reperire medici dall’estero – è frutto di una serie di valutazioni. Oltre ad orari impossibili, i medici hanno il timore delle denunce dei parenti dei pazienti in caso di perdita degli stessi.

Pensate solo ad un ferito da arma da fuoco quante complicazioni dal punto di vista giudiziario porta con sè, che potrebbero ricadere sui sanitari che se ne sono occupati. La violenza negli ospedali, acuita da ritardi e inefficenze mette a rischio in maniera esponenziale i sanitari. E qui Ippocrate e il sacro giuramento c’entrano poco e, soprattutto i giovani, preferiscono scegliere altro, se possono.

Altro problema: la rinuncia dei medici di base a fare il loro mestiere di filtro. Nella ricognizione che Decaro ha fatto approntare dagli uffici regionali sugli accessi ai Pronto soccorso è emerso che i ricoveri in codice rosso (reale urgenza) sono solo il 2 per cento. Che significa? Che chiamato il medico di base, la risposta è spesso: «Sta male? Vada al Pronto soccorso». Anche li una maniera per non correre rischi da parte del medico. Un dolore al braccio? Sintomo di un possibile infarto, perchè rischiare? Un mal di testa persistente? Forse un ictus, via al Pronto soccorso. Spesso, invece, si tratta solo di un’indigestione. Una volta, il medico di famiglia era una figura quasi familiare, da piccola ricordo di averlo visto decine di volte in casa (ero una bambina piuttosto malaticcia), ma oggi – superfluo negarlo – si chiama la segretaria del medico solo per «ordinare» ricette fai-da-te. Come meravigliarsi, poi, dei numeri degli accessi in codice bianco ai Pronto soccorso?

Infine, l’intramoenia (o A.L.P.I. – Attività Libero Professionale Intramuraria) è un sistema sanitario in cui medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) offrono visite, esami e prestazioni specialistiche a pagamento al di fuori del loro orario di servizio, utilizzando le strutture e le attrezzature ospedaliere, ma con tariffe private. Qui il baronato medico ci ha marciato alla grande ed è vero che gli ospedali ci guadagnano una percentuale, ma quanto di più i medici? Tanto che la sanità cosiddetta pubblica è diventata privata, se vuoi avere una visita non in limine mortis.

Come se ne esce da tutto questo pasticcio? Ricette certe non ce ne sono. Si può partire dalla chiusura dei piccoli ospedali, recuperando personale. E poi controllando. Percorsi che equivalgono al giro della morte, però, per un politico.

Decaro è giovane e determinato, Pentassuglia ostinato, avranno il coraggio di chiudere i piccoli ospedali dopo aver abbracciato la filosofia dei fragili? Un esempio basti per tutti. In Puglia ci sono 27 punti nascita, con il calo delle nascite che c’è, si esegue poco più di un parto al giorno. Quel personale ha senso tenerlo impiegato in quegli ospedali? Quando al contrario mancano del tutto gli ospedali di comunità per i nostri anziani, che continuano a crescere di numero perché la medicina li tiene in vita fin quasi a cento anni?

Purtroppo tutto il sistema sanitario – e ancor più quello universitario – è fondato sugli interessi dei medici piuttosto che su quello dei pazienti, che alla fine non hanno voce nelle scelte. E la furia vista da qualche tempo negli ospedali ne è una traccia significativa. La differenza con la rinuncia al voto da parte degli elettori che disertano le urne, sta nel fatto che quando stai male non puoi disertare gli ospedali e così la rabbia è tale che ora volano botte da orbi. E spesso i malcapitati sono quelli sbagliati. Decaro avrà il coraggio di fare queste scelte difficili? Scelte per le quali sono caduti Fitto ed Emiliano? Non c’è che da ricordargli quel che lui ricorda a noi: «Mena Antò, mena».

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