L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente il mondo del lavoro, sollevando una domanda cruciale: quale spazio resta al contributo umano quando sempre più attività vengono affidate agli algoritmi?
Per Leone XIV, il lavoro non è solo una fonte di reddito, ma una dimensione essenziale della dignità della persona, attraverso cui l’uomo realizza sé stesso, costruisce relazioni e contribuisce al bene comune. Questa prospettiva offre una chiave di lettura efficace per interpretare le novità giuridiche che stanno emergendo in tutto il mondo.
Negli Usa, dove prevale ancora la logica dell’employment at will, la sostituzione del lavoro umano con sistemi di IA può costituire, in linea generale, una scelta organizzativa liberamente rimessa all’impresa. In Europa e in Italia il quadro appare diverso. Le recenti analisi giuridiche evidenziano come il licenziamento tecnologicamente motivato non sia vietato, ma debba confrontarsi con una rete di garanzie composta da obblighi di motivazione, procedure di consultazione, verifiche di proporzionalità e doveri di ricollocazione del lavoratore. Particolarmente significativa è la sentenza del Tribunale di Roma del novembre 2025, spesso presentata come il primo caso italiano di licenziamento collegato all’IA.
Il giudice ha ritenuto legittimo il licenziamento di una graphic designer nell’ambito di una più ampia riorganizzazione aziendale dovuta a una grave e documentata crisi economica, nella quale l’IA rappresentava soltanto uno degli strumenti utilizzati per ottimizzare i processi e ridurre i costi, senza alternative di ricollocazione. Una decisione del Tribunale intermedio del popolo di Hangzhou, in Cina, resa pubblica il 30 aprile 2026 dall’agenzia di stampa Xinhua alla vigilia della Festa internazionale dei lavoratori, ha escluso invece che la mera sostituzione del lavoro umano con l’IA possa costituire una causa sufficiente di licenziamento. Quindi, il Tribunale di Roma ha valutato principalmente la legittimità della riorganizzazione; il Tribunale di Hangzhou sembra interrogarsi comunque su chi debba sostenere il costo sociale della trasformazione tecnologica.
Il messaggio è chiaro: l’innovazione è una scelta imprenditoriale legittima, ma i suoi costi sociali non possono essere scaricati integralmente sui lavoratori. Tra queste due esperienze emerge una tensione destinata a caratterizzare i prossimi anni: da un lato la ricerca di efficienza e competitività, dall’altro la tutela della dignità del lavoro. È precisamente questo il punto sul quale insiste Leone XIV. Il Papa non demonizza la tecnologia. Al contrario, riconosce che automazione e IA possono liberare l’uomo dai lavori più gravosi e migliorare la qualità della vita.
Tuttavia avverte che il progresso diventa disumano quando costringe le persone ad adattarsi alle macchine anziché progettare le macchine a misura delle persone. Sul piano etico-normativo, le Linee Guida del Ministero del Lavoro del 2025 e l’AI Act europeo, nonché i due schemi di decreto legislativo approvati dal Consiglio dei Ministri, che danno attuazione alla legge n. 132/2025 sull’IA, ribadiscono i principi di trasparenza, supervisione umana e tutela della persona, affinché le decisioni affidate agli algoritmi restino sempre controllabili e responsabili. Anche sul piano economico, uno studio della Banca d’Italia evidenzia che i benefici dell’IA dipendono dagli investimenti in competenze, formazione e organizzazione del lavoro: la sfida non è sostituire l’uomo, ma mettere la tecnologia al servizio dello sviluppo umano e sociale.
La vera novità del dibattito contemporaneo, tuttavia, riguarda il tempo dell’intervento. Per decenni il diritto del lavoro è stato chiamato a riparare i danni prodotti dalle trasformazioni economiche. Leone XIV propone invece una prospettiva preventiva. Non basta intervenire quando il posto di lavoro è già stato eliminato. Occorre governare l’innovazione prima che produca esclusione: formazione continua, riqualificazione professionale, coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte organizzative, responsabilità sociale delle imprese e nuove forme di rappresentanza sindacale diventano così strumenti indispensabili per accompagnare la transizione digitale.
