Ci sono tornanti della storia in cui piove merda. E non c’entra Macchiavelli. Anzi. Assistiamo, un po’ attoniti un po’ annoiati e prostrati, a un sovvertimento metastatico della verità, del diritto, della stessa teoria politica. E restiamo muti, di una indignazione che si ferma alla prossemica, al tiramento. Nulla più.
È un sovvertimento l’inversione dell’amministrazione Trump nella gestione del fascicolo Ucraina. Alcuni tratti sono epifanici dei tempi oltre che della rapacità dei soggetti in campo.
Potrebbe bastare un lancio di agenzia, uno dei tanti: “Gli Stati Uniti si oppongono all’idea di definire la Russia “aggressore”.
Gli inviati degli Stati Uniti hanno sollevato obiezioni all’espressione “aggressione russa” e a descrizioni simili utilizzate dai leader del G7 dal 2022 per descrivere il conflitto. Gli americani stanno bloccando quel linguaggio, ma ci stiamo ancora lavorando e speriamo in un accordo, ha aggiunto un funzionario”.
Ed ancora: “L’Ucraina non avrebbe mai dovuto iniziare la guerra”. Ed infine, un sobrio Elon Musk: “Se Zelensky fosse davvero amato dal popolo ucraino, indirebbe un’elezione. Ma sa che perderebbe a valanga, nonostante abbia preso il controllo di Tutti i media ucraini, quindi ha cancellato le elezioni. In realtà, è disprezzato dal popolo ucraino, ed è per questo che si rifiuta di tenere elezioni.
Sfido Zelensky a indire un’elezione per smentire questa affermazione.
Ma non lo farà.
Il presidente Trump ha ragione a ignorarlo e a cercare una soluzione per la pace, indipendentemente dalla disgustosa e massiccia macchina della corruzione che si nutre dei corpi senza vita dei soldati ucraini”.
Un paese barbaramente aggredito – l’Ucraina – diventa aggressore; e gli eccidi di Mariupol, di Bucha – tempo al tempo – diventeranno una “grossolana messinscena”.
La mistificazione – la cui portata non si circoscrive alla mera variazione del reale quanto alla costruzione di un reale altro, alternativo e parallelo – è il brodo di cottura di tutti i sistemi totalitari.
Ce lo ricordava Hanna Arendt; «Il soggetto ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma le persone per le quali la distinzione tra realtà e finzione e la distinzione tra vero e falso non esistono più».
L’Ucraina come l’Afghanistan, Kiev perduta come Kabul?
Temo di si; “Usa e getta”, intitolava amaramente un giornale ieri l’altro. Ovvero, peggio ancora, un paese europeo derubricato a dependance latinoamericana, da gestire more solito, sicario incluso nel prezzo. Tralascio le mistificazioni nostrane; le tralascio tutte meno che una: tale Savoini il quale rileva come: “Trump dice quello che io ripeto da anni. Ora l’Italia si schieri con Orban per la pace”.
Ma c’è un altro sovvertimento, l’altro tornante della storia. Quello che rende straziante e impossibile anche solo scriverne: il palco di Hamas, dove sfilano anche i corpi senza vita degli ostaggi israeliani.
Rappresenta, quel palco, nella sua liturgia sacrilega, la ricostruzione plastica del Male. E’ orrore distillato, esibito, gratuito e rappresenta un livello assoluto di aberrazione, non paragonabile. Non paragonabile neanche alla distruzione sistematica di Gaza, delle sue donne, dei suoi bimbi.
Cosa hanno in comune questi tornanti, cosa li tiene insieme?
Tante cose ad iniziare dal volto demoniaco del potere: dal carattere ineluttabile degli eventi e della storia: dal piano inclinato in cui sono collocate le nostre vite a perdere.
Questi tornanti sono la traccia di questo tempo, osceno e prosciugato di speranza. Sono anche la cifra – banale – della crisi della politica che sembra essere paralizzata di fornte all’inedito. Tutto perduto? No,
Credo che Israele come l’Ucraina, come Kiev, siano parti integranti dell’idea di Europa.
Ci ritorno perchè la sfida nel gioco grande travalica i nostri confini. Ripenso a Marco Pannella quando propose di far entrare lo stato ebraico nell’UE sostenendo – profeticamente – come “Israele è una marca di frontiera dell’Europa”.
Sul fronte ucraino – è evidente anche ai miopi che la tenaglia di Trump e Putin è destinata a stritolare l’Europa – occorrerebbe ripartire dal trattato internazionale sulla Comunità di difesa eurpea (Ced), firmato nel 1952 da Alcide De Gasperi.
Quel trattato è stato ratificato da quattro Paesi su sei, i due che ancora non lo ratificano sono la Francia e l’Italia.
Il resto, tutto il resto, è fuffa.
Si riparta da qui, da questi visionari, per dare un segno di vita, di resistenza e di alternativa al nuovo ordine che somiglia tanto all’antico.
Non è casuale – ora, in questa ora – l’affievolirsi della voce del Papa e, con essa, lo sguardo strabico sulla geopolitica e sugli “scarti” di questo mondo. Gli scarti da deportare, da esibire.
Si riparta da questi scarti, dalla follia della politica.
Ne scriveva – al termine dei suoi giorni – Marco Pannella in una lettera, bellissima, indirizzata al Papa: «Caro Papa Francesco, ti scrivo dalla mia stanza all’ultimo piano – vicino al cielo – per dirti che in realtà ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la carne martoriata di quelle donne, di quei bambini, e di quegli uomini che nessuno vuole accogliere in Europa. Questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scartano».
Ripartiamo da qui.
Bentornato,
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