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Quando la burocrazia al Teatro Giordano si prende la scena

Se c’è una cosa che a Foggia non manca, è il senso del teatro. Non solo quello che va in scena sul palco del Teatro Umberto Giordano, ma soprattutto quello che succede prima che il sipario si apra. Perché il vero spettacolo, qui, è la manutenzione.

Il Teatro Giordano è uno di quei luoghi che portano sulle spalle due secoli di storia. Prima si chiamava Teatro Ferdinando, dedicato a Ferdinando I delle Due Sicilie, poi la guerra – la vera critica teatrale del Novecento – lo ha demolito durante la Seconda guerra mondiale. E la città lo ha ricostruito, con pazienza, dedicandolo al suo figlio più illustre, il compositore Umberto Giordano, quello di Andrea Chénier.

Fin qui sembra una storia edificante. Poi però arriva il terzo atto: la manutenzione italiana.

Nel teatro si fanno spettacoli, certo. Arrivano attori importanti, il pubblico applaude, qualcuno si commuove. Ma dietro le quinte, invisibile agli spettatori, si consuma un altro dramma: quello tra le norme di sicurezza e i tempi dell’amministrazione pubblica.

La situazione oggi è semplice: il teatro funziona, ma a capienza ridotta. Non perché la città abbia deciso di sperimentare il minimalismo culturale, ma perché mancano alcune certificazioni, qualche adeguamento antincendio, una segnaletica in più, un corrimano qua e là.

In sostanza il teatro è perfettamente capace di ospitare Shakespeare, Goldoni, Pirandello. Ma è ancora in trattativa con il corrimano numero tre. È una forma d’arte nuova, quasi avanguardistica: il teatro della manutenzione rimandata.

Il pubblico entra, prende posto e pensa di assistere a una commedia di prosa. In realtà sta partecipando a una performance amministrativa lunga anni. Un’installazione concettuale sulla burocrazia. Una specie di spettacolo di durata.

Gli attori arrivano da tutta Italia: da Claudio Bisio a Gabriele Lavia. Recitano benissimo. Ma nessuno riesce a superare il livello di tensione drammatica raggiunto da una pratica edilizia che gira tra tre uffici diversi.

Nel frattempo i tecnici del teatro fanno quello che fanno sempre nei teatri italiani: tengono tutto in piedi con la competenza, il filo di ferro e una certa filosofia esistenziale.

Accendono la luce fantasma sul palco la notte, controllano le quinte, stringono bulloni. Perché nei teatri c’è una regola antica: lo spettacolo deve andare avanti. E così, tra una norma antincendio e una firma che manca, il sipario continua ad aprirsi.

Forse è proprio questo il paradosso più italiano di tutti: il teatro dedicato a Umberto Giordano continua a funzionare nonostante tutto, mentre fuori si discute ancora se la segnaletica di emergenza debba essere fluorescente o molto fluorescente. Alla fine il pubblico applaude, gli attori salutano e le luci si spengono. E da qualche parte, in un ufficio comunale, un corrimano aspetta il suo momento di gloria.

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