Il Folkstudio nasce nel 1960 come un locale tra amici, con un associazionismo spontaneo, e diviene subito, inconsapevolmente, un locale di successo. Le sue proposte diverse, la maniera di gestirle e il tipo di presenza ne fanno subito il locale per eccellenza degli anni 1960-62. A questo punto Harold Bradley, americano purosangue, punto di riferimento e ispiratore, pensa ai suoi interessi e ne fa un locale da show-business, sui modelli del Village, con tre-quattro showmen per serata, senza un discorso preciso.
Arrivano Ivan Della Mea, Giancarlo Settimelli e Giovanna Marini. Nasce il rapporto continuativo con l’informazione, si cominciano a diffondere i comunicati. Harold Bradley lascia l’Italia, mentre Giancarlo Cesaroni prende le redini del locale di via Garibaldi, nel cuore di Trastevere. Arrivano Corrado Sannucci, i Tarantolati, Domenico Guaccero, Mario Schiano, la Nacchere Rosse. Molti generi si affacciano al Folkstudio: jazz, folk, musica contemporanea, musica politica, cantautori, free jazz, country.
Abitavo sopra il Folkstudio ed era uno spasso sentire le prove; almeno ogni tre o quattro giorni scendevo «sotto casa». Nel frattempo avevo iniziato a scrivere qualcosa sugli artisti che si avvicendavano e che diventavano famosi. Nel 1980 la storia del Folkstudio si dipanava e si diffondeva. Chiesi agli artisti le loro impressioni e cosa stava succedendo. Nel 1981 avevo pubblicato Folkstudio Story presso Studio Forma. C’era molto entusiasmo e il libro si diffondeva. Ecco alcuni pareri e contributi. Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Giorgio Bracardi, Tommaso Vittorini, Mario Schiano, Giovanna Marini, Francis Kuipers e tanti altri.
Una cantina che fu leggenda
Francis Kuipers: «Harold Bradley mi offrì una sangria, duemila lire e un sacco a pelo. Una bicicletta, tristemente contorta, piena di ragnatele, pendeva dal soffitto dell’entrata del Folkstudio e rappresentava il ricordo dell’iniziativa di Harold di sfruttare l’afflusso dei turisti sotto Pasqua, iniziando un servizio di subaffitto di biciclette (subaffitto perché lui stesso le affittava da un posto lì vicino. Harold si era dimenticato di fare pubblicità al concerto. Il concerto di Potenza, lo chiamò il Folkstudio di Potenza, ma il solo pubblico presente in sala era la famiglia di uno degli artisti. La mattina dopo Bradley era partito con il primo treno dell’alba, lasciandoli con le spese e i conti da pagare. Ci pensò Cesaroni a saldare il conto».
Un pubblico imprevedibile
Giorgio Bracardi: «Gli alti e bassi romani in fatto di locali notturni sono noti. Se volevi fare ’na sonata, potevi anche crepare. Al Folkstudio ci andavano un po’ tutti: jazzisti, folcloristi, quelli della musica popolare, politica, quelli del cabaret, cantautori, americani di passaggio. Io ero più che altro un uomo di radio. Avevo invitato molti personaggi per Alto Gradimento, tipo Scarpantibus oppure Max Vinella. Andai lì per qualche sera, poi, senza tante prove, organizzai io lo spettacolo. Quasi tutte le sere venivano Renzo Arbore e Mariangela Melato. Arrivavano puntualissimi, si mettevano in fondo, al buio, e si sbellicavano dalle risate come due scolaretti. Il pubblico aveva quasi sempre un ruolo fondamentale. Le prime due file erano le più «pericolose».
Fra pernacchie, sputi e capitomboli c’era da stravolgersi. A dire la verità, gli sputi li facevo con il panettoncino in bocca, poi mi mettevo la dentiera di Dracula, così si sputava meglio. Oltre le prime file, ma qualcuno poteva sempre svignarsela. Ricordo una sera un allampanato americano, seduto in prima fila, con le gambe lunghissime, che si ostinava a poggiare i piedi sulla pedana rossa del locale. Buttavo giù quei piedi sempre con maggior virulenza, ma lui li rimetteva. Andammo avanti tutta la sera. Lo show si basò sui piedi dell’americano e non sulle mie storie».
Giovanna Marini
«Dopo quattro anni al Folkstudio non ci andai più, ma quando ritornai lo trovai fiorente. Pieno di ragazzi che urlavano che volevano canzoni politiche. Nel 1968 ci cantava Pino Masi, con una voce da sfilata; nel 1969 ci cantava Francesco De Gregori insieme a Giorgio Lo Cascio. Ancora oggi, la provvisorietà fatta istituzione. Ogni fermento, ogni spinta, si registrava automaticamente al Folkstudio, prima in via Garibaldi, dopo in via Sacchi. Chi si cimentava in un pezzo nuovo, difficile, e voleva farlo tra gente che potesse capire, andava al Folkstudio. Io credo che la pacifica gestione, animata proprio solo dall’amore di non buttare i patrimoni, la nostra memoria storica, che ha sempre caratterizzato il modo di gestione di Cesaroni, sia stata la salvezza del Folkstudio».
La nascita dei cantautori
Francesco De Gregori: «Cercando di non perdere troppo freddo alle mani, ci dirigemmo verso le pendici del Gianicolo. Cesaroni aveva formato i Giovani del Folk. La denominazione sottintendeva il trio, ovvero Francesco De Gregori, Antonello Venditti ed Ernesto Bassignano. Il pubblico romano ci conosceva, ma il fatto che Cesaroni ci portò a Napoli, dove trovammo una platea stranamente affollata che era intervenuta per ascoltare da noi, civilmente, canti anarchici e canti delle mondine, intendendo per folk musica popolare. Chiarito l’equivoco, a metà del primo tempo la gente cominciò a sfollare, ma quelli che rimasero poterono godersi una furibonda lite on the stage fra Venditti e Bassignano, reo di aver sbagliato un accordo dell’accompagnamento di Sora Rosa. La sera facemmo tutti la pace a cena in un ristorante pieno di candele e la mattina dopo ritornammo a Roma sull’850 Special del padre di Lo Cascio. Tutto questo avveniva un paio di anni dopo quel pomeriggio che mio fratello mi trascinò al Folkstudio per la prima volta. L’esibizione fu abbastanza disastrosa. Avevo le dita congelate e non presi un accordo giusto sulla chitarra a metà di Buonanotte Nina. Per l’emozione mi venne un groppo in gola e mi dovetti fermare e ricominciare da capo. Qualcuno in mezzo al pubblico cominciò a tossicchiare. Io diventai rosso e in qualche modo arrivai fino alla fine e scesi dal palco convinto che mai più avrei accettato di salirci. Chiesi a Cesaroni (allora gli davo del lei) come ero andato e lui mi disse: “Uhm. Naturalmente non stavo lì a sentirti, ma se la prossima settimana leggi il tuo nome sul giornale nella programmazione, i cosiddetti tamburini, del mercoledì sera, puoi tornare”. Così successe e da allora sono cambiate un sacco di cose, per me e per il Folkstudio».
