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Nostalgia canaglia e poche idee: la musica dov’è?

È bastata la prima serata del Festival di Sanremo 2026 per annusarne l’andazzo: la voce del monumento Pippo Baudo che risuonava nell’Ariston, l’omaggio al maestro Peppe Vessicchio, il pubblico in piedi come a messa. Emozione sincera, maledetta malinconia, per carità. Ma anche la fotografia di una kermesse che guarda più nello specchietto retrovisore che davanti al parabrezza. È stato il Sanremo dell’eterna nostalgia.

Un’operazione amarcord che sapeva di flop, con i totem evocati uno dopo l’altro ancora prima che i 30 big avessero modo di dire «buonasera». E allora la domanda, che nessuno ha il coraggio di fare mentre scroscia l’applauso, è semplice: tra quarant’anni chi ricorderemo di questa edizione? E di quella passata? E di due anni fa? Quale canzone sarà diventata memoria emotiva del Paese e non solo sottofondo da streaming? Perché il punto è questo: i ricordi non si costruiscono con i ricchi premi e cotillon, ma con «i pezzi».

Carlo Conti ha fatto il suo, come sempre. Professionale, rassicurante, impeccabile. Ma l’impressione è che avesse già dato tutto l’anno scorso. Quest’anno è sembrato amministrare l’esistente. Ha provato a tenere – per quanto possibile – tutto in ordine: come l’inquilino che deve lasciare la casa in affitto e non ha alcuna intenzione di perdere la caparra. Il problema è che questa macchina non può limitarsi a essere un esercizio di buona gestione. Se non rischia, si anestetizza. E quando più della metà dei brani scivola via senza lasciare un segno, non è questione di share: è questione di sostanza. Prendiamo Serena Brancale. Giusto che sia tornata a fare quello che sa fare meglio: cantare. Voce importante, presenza scenica, mestiere. Ma la canzone è melodicamente deboluccia. E Dario Salvatori non ha tutti i torti quando osserva che giocare la carta del dolore privato può servire a coprire qualche lacuna strutturale del brano. Il pubblico si commuove, certo. Ma la commozione non è automaticamente qualità. A volte è solo una buona regia emotiva. Poi, dal nulla, il coup de théâtre: la polemica sulle poche donne in gara. Conferenze stampa trasformate in tribunali del genere. Francamente: chissenefrega del sesso dei cantanti. Contano le canzoni.

Fedez e Marco Masini erano tra i grandi favoriti. Non solo per i bookmaker: ci credevano anche loro. Basta fermare l’immagine sul volto di Masini quando viene annunciato il quinto posto: pietrificato. In quell’espressione c’è tutto il lato umano del Festival, il cortocircuito tra aspettative e realtà. Questa settimana ligure è anche questo: un gigantesco amplificatore di illusioni. Come mi ha detto una volta Vincenzo Mollica, il Festival lo vince la canzone che il panettiere canta la mattina andando al lavoro.

Ha vinto Sal Da Vinci. Semplice, verace, senza troppe pose: il suo è quel motivetto che anche il più snob tra chi legge si ritroverà a cantare almeno una volta in auto, a squarciagola, con i finestrini abbassati – anche se non lo ammetterà mai. Il karaoke nazionale ha scelto il suo inno. Forse non sarà rivoluzionario, ma funziona. E alla fine, in un Paese che ama cantare almeno quanto ama discutere, questo conta. Resta il fatto che questo rito nazionalpopolare va alimentato e curato. È un giardino che ha dato frutti straordinari, ma che oggi sembra vivere di rendita – e di break pubblicitari. Mancano idee. E manca chi sappia trasformarle in qualcosa di vivo. Bene annunciare Stefano De Martino: più nazionalpopolare di lui non c’è nessuno. Ma la domanda è legittima: che ne sa di musica? Che sia allora accompagnato e supportato da figure competenti. Sarà così?

Aspettando che sia il tempo a rispondere, è tempo di dire ad alta voce che il Festival non è più il luogo dove nasce la musica che cambia l’Italia. È piuttosto la vetrina in cui il Paese si specchia, si emoziona, si indigna un po’, si commuove molto e poi torna al suo quotidiano. E allora viene in mente Francesco De Gregori: «guarda che belli i fiori, che bella città, che mai mi ha visto e mai nemmeno mi vedrà». Sanremo è così. Bellissimo da guardare. Perfetto da raccontare. Ma sempre un passo distante da ciò di cui avremmo bisogno.

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