L‘amore come proprietà e non come possesso è l’essenza del romanzo che il presidente Trump vuole scrivere nello stile di un’antica narrazione che si riferisce all’avventura amorosa ai confini del mondo (Thule), dove la Forza Spaziale degli Stati Uniti opera dal 1951 con concessioni gratuite dalla Danimarca (nazione sovrana) in quell’operazione della Guerra Fredda chiamata «Blue Jay».
La missione principale degli Stati Uniti include allerta missilistica balistica, sorveglianza spaziale e controllo satellitare. Ospita un enorme radar essenziale per rilevare qualsiasi lancio di missili balistici intercontinentali e, naturalmente, aggiungerebbe altri radar.
Ma questo non è abbastanza per Trump. Il libro di Antonio Diogene fa parte di quel tipo di composizione in prosa greca chiamata syngramma erotikon, cioè narrazione d’amore, perché l’amore occupa un posto rilevante, e si applica senza dubbio perfettamente al caso Trump e alla Groenlandia.
Il Presidente, che vede l’amore per la Groenlandia come proprietà e non come possesso, a meno che non ci siano stati ripensamenti, che sembrano esserci stati lì, rischiava un conflitto bellico «Nato vs Nato», come il magnifico film di Dustin Hoffman «Kramer vs Kramer». Paralleli? Evidente. Basta ricodare la traccia del film. Un giorno Ted Kramer, ambizioso e capace dirigente di New York (parallelo a Trump?) a cui viene assegnato un importante incarico di lavoro (Presidenza parallela USA?), torna a casa entusiasta perché un nuovo regalo che ha comprato (parallelo, Groenlandia?), ma trova sua moglie sul punto di lasciarlo (parallelo Europa?). La donna sostiene di aver bisogno di tempo per riflettere sulla sua vita e abbandona Ted.
Ma mentre nel magnifico film di Dustin Hoffman c’è un vicino che in qualche modo interviene positivamente, qui il vicino rimasto – se gli Stati Uniti divorziano dall’Europa – è la Russia. Il miglior vicino possibile?
Nato (USA) vs. Nato (Europa) è un film pericoloso da girare ed entra in gioco l’Être et le Neant (L’essere e il nulla n.d.r.).
Se gli USA (Nato) avessero invaso la Groenlandia (Nato), cosa sceglierebbe il comando Nato: di difendere la Groenlandia europea dagli USA aggressori, o per amore di budget (e armi) sostenere il maggior contributo delle proprie spese contro se stesso?
Quello che Trump dovrebbe considerare nel tagliare i rapporti con l’Europa è che la grande popolazione degli USA è di origine europea e che decine di milioni di americani sono fortemente legati all’Europa. La Nato è un’organizzazione militare, ma è anche una questione di legami culturali e storici. Ed è qui che entra in gioco il libro di Sartre.
L’Etre et le Neant è un libro che pochi hanno letto, molti hanno citato, e nessun filosofo professionista dichiarerebbe di poterlo ignorare, anche se non lo leggesse.
L’approccio generale di Sartre è il passaggio necessario all’uomo dallo stato di essenza a quello dell’esistenza: l’esistenzialismo. Un passaggio che è il risultato della libertà e delle decisioni personali, piuttosto che una reazione passiva al «globale tutto» che ci circonda.
In questa prospettiva, il comportamento di Trump potrebbe essere definito «esistenzialista»: distruggere atteggiamenti diplomatici post-nazisti duraturi da decenni, ridotti a pezzi da lui, potrebbe essere considerato un modo per esistere.
Sartre, giustamente messo da parte dai filosofi dilettanti in senso semantico – chi si diverte con la filosofia non può godersi il libro – a fronte di un libro noiosissimo ha costruito diversi romanzi eccellenti, una mezza dozzina di commedie più che accettabili, ma una serie impressionante di ottimi articoli che molto più del noioso lavoro filosofico lo hanno giustamente reso il leader-pensiero dei giovani europei vogliosi di affrancarsi in toto dalla tragedia post-nazista in Europa e nel mondo.
Dalla «Coca Cola» a Marx
Se la Rivoluzione francese del 1789 deve a Voltaire i suoi inalienabili principi filosofici libertari; la libertà da secoli di dispotismo politico religioso (maggio 1968) deve a Sartre i principali riferimenti per la libertà intellettuale dei giovani europei dalle stanche e asfittiche tradizioni parassitarie di tutte le strutture sociali europee.
Con i «Kennedys», (ante litteram del Maggio francese) quella vecchia, noiosa e soffocante educazione europea è tornata fresca, rigenerativa e vitale negli USA. L’istruzione, per fortuna, è cambiata. Se anche l’Est è apparso – timidamente – all’educazione e alla cultura delle masse, è perché l’Ovest di Kennedy, e il maggio francese, stavano rigenerando tutto il mondo della cultura. In America, con i Kennedy, ancora più che altrove, questo fantastico flusso intellettuale innovativo si è tradotto in una formidabile produzione di conoscenza, di eccezionale qualità tecnologica, di giovani e istituzioni che, a livello sociale, hanno prodotto leader politici senza pari in qualsiasi sistema come JFK e suo fratello RFK. Ed è al «before this decade is out, of landing a man on the Moon and returning him safely to the Earth» (celebre della frase di JFK, «prima della fine di questo decennio, conseguiremo l’obiettivo di portare un uomo sulla Luna e ricondurlo sano e salvo sulla Terra (n.d.r.)»), che le star attuali informatiche devono gran parte del loro successo. Ma bisognerebbe ricordare di quel discorso anche «nuclear science and all technology, has no conscience of its own», la scienza nucelare e la tecnologia non hanno una coscienza propria.
I principali politici tornano al linguaggio umano normale
Devo dire subito che non sono d’accordo con il 90% della filosofia politica di Trump e per quel 10% che condivido non sono d’accordo con il metodo che utilizza, ma detto ciò, non esito a dire che c’è un aspetto del suo comportamento che apprezzo sicuramente, ed è quello di portare l’immagine del ruolo politico mondiale più importante al livello di comprensione dell’individuo comune. Trump fa benissimo! Questi atteggiamenti ieratici, da quasi-divinità, assunti dai leader politici di tutto il mondo sono fondamentali nel giocare in politica senza controlli. Lui non lo fa, e questo mi sembra molto positivo. Non ha controlli (spera), ma lo dice! Ma se passiamo dalla «forma alla sostanza», Trump è per natura l’anti-intellettuale che vuole rinnovare l’immobilismo culturale che è certamente stato creato – e purtroppo trasformato in rituali in molti atteggiamenti progressisti – ma lo fa frantumando i principi libertari acquisiti in quel maggio senza sostituirli con una nuova creatività intellettuale.
Vincitori 1789, 1968, 2026
Nel 1789 vinse Voltaire, nel maggio ‘68 vinse Sartre, oggi nel 2026 chi vince? La mia risposta è – fortunatamente – un centinaio di soldati provenienti da otto Paesi europei.
Trump vuole occupare la Groenlandia, ma perché lo vuole? Non basta che lui la gestisca come base militare, politica ed economica de facto? Se avesse costruito basi militari a pochi metri da Nuuk, nessuno – tranne i russi naturalmente – si sarebbe opposto. Non i groenlandesi, non i danesi, e nemmeno l’Europa si sarebbero opposti. La stessa Nato poteva solo essere soddisfatta di questo rinforzo anti-russo, dopo il disastroso tentativo di «mettere la Nato in Ucraina». Ma, allora, perché Trump preferisce scatenare una crisi atlantica per ottenere ciò che potrebbe ottenere senza infliggere un colpo? Perché lo fa?
Il Wall Street Journal dice di tornare alla ragione
Pochi giorni fa, un editoriale conciso sul «Wall Street Journal» ha riconosciuto i meriti di Trump nel mettere in evidenza l’importanza strategica della Groenlandia per il dominio oceanico e spaziale, per la difesa missilistica, per l’estrazione di minerali critici, per petrolio e gas. E nel 1951, nel pieno della Guerra Fredda, fu creata a Thule una stazione militare di grande importanza. Ma Kimberley A. Strassel, una brillante editorialista del più importante quotidiano finanziario al mondo – a cui Trump ha chiesto 10 miliardi di dollari- conclude il suo editoriale ironico invitando il Presidente a usare ciò che gli Stati Uniti hanno già a Thule, dato che hanno già tutto ciò di cui hanno bisogno.
Dal «ratto di Maduro» agli «incontri nel ghiaccio polare»
Poiché a Trump piace molto il film «Il ratto di Maduro», forse pensa a «Incontri alla fine del mondo» di Werner Herzog per riaffermare la sua esistenza con la sua forza imperiale comunicativa cinematografica. La discesa in forza sul ghiaccio polare, che può essere simulata da immagini televisive entusiasmanti, è una celebrazione dell’esistenza. E diciamolo: «Kramer contro Kramer» è bellissimo, Dustin superbo, ma Nato contro Nato non è possibile a meno che Nato non venga sciolta. In conclusione, quindi, il protagonismo di Trump rende obsoleto l’«Être» e ritorna al protagonista «Neant».
Trump lo sta facendo: si sta distaccando dai giovani europei, che amano l’America, ma la amano quanto Kennedys, Martin Luther King, Hollywood, Joan Baez, Bruce Springsteen. Bob Dylan, perfetto, meritava il Premio Nobel per la letteratura e vale la pena ricordare qualche testo
Campane della libertà
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Sembrano i campanelli della libertà che lampeggiano
Lampeggiano per i guerrieri la cui forza non è combattere
Lampeggiano per i rifugiati sulla strada disarmata della fuga
E per ciascuno di ogni soldato sfavorito nella notte
E abbiamo guardato i campanelli della libertà che scintillavano….
È per questo motivo che la nuova ricchezza delle nazioni deve essere il moderno GDKP (Prodotto interno lordo della conoscenza) e non più essere il vecchio PIL basato sui fossili, che misura tutto in breve, «tranne ciò che rende la vita degna di essere utile. E può dirci tutto sull’America tranne perché siamo orgogliosi di essere americani» (Robert F. Kennedy).
Umberto Sulpasso è Senior Fellow Digital Center for Future. Annenberg School, University of Southern Califonia