Mark Carney, pm canadese, ha scelto di prendere le armi contro il mare di affanni, ma quelle armi ha deciso di volgerle amleticamente non contro sé stesso, ma contro Donald Trump, il lider del risorgere assoluto del personalismo in diplomazia. Morire? No. Dormire? Neppure. Agire? Si. Come?
Alle cinque richieste capestro fatte da Trump nel rinegoziare i rapporti commerciali con il Canada, Mark ha risposto con 5 no, ha preso l’aereo che lo ha portato a Ottawa e ha attivato la clausola di «incertezza dei mercati» che può portare fulmineamente ad un moltiplicarsi del costo dell’energia esportata negli USA. Minnesota, Michingan, North Dakota,
Vermont, Maine, New York, sono nelle ambasce perchè possono vedere i costi delle loro produzioni aumentare smisuratamente da un giorno all’altro.
Risultato. Per la prima volta 12 repubblicani hanno votato contro Trump mandando in minoranza i repubblicani. Non bisogna mettere dazi speciali al Canada. Il dado è tratto. Chi ha «osato» innescare una rivolta anti Trump nel congresso è Mark Carnery, il lider che con certezza si avvia a diventare l’anti Trump per antonomasia.
Ma il lider canadese non è un personaggio qualsiasi. È il primo e unico uomo che abbia gestito con risultati ottimi due banche centrali, quella del Canada e addirittura quella dell’Inghilterra. Solo Mario Draghi ha un curriculum confrontabile avendo gestito la Banca d’Italia e la Banca Europea.
La competenza tecnica dei banchieri centrali è unica e non è un caso che Draghi stia anche lui emergendo come un possibile reale anti Trump con la sua visione «federale» dell’Europa. Dopo Putin, Xi Jinping, Trump, Mark Carney e chissà forse Mario Draghi, la politica torna a celebrare i singoli.
Le relazioni personali domineranno il G7
Una fase decisiva nella transizione dal monopolio personale egemonico sperato da Trump al multilateralismo «dei lider» avverrà a livello personale dal 15 al 17 giugno 2026 in Francia, a Evian-les-Bains, sede della produzione di una delle acque naturali più famose al mondo, cioè una delle più pubblicizzate, il che oggi è lo stesso, essendo diventato impossibile distinguere qualità da pubblicità, come testimoniano i politici mondiali in tempi di sondaggi e uso dei social media. Nel lussuoso Hotel Royal, la cui storica facciata Art Nouveau si affaccia sul Lago di Ginevra, situato in un immenso parco di 47 acri popolato da alberi secolari, si terrà a giugno uno dei più importanti incontri e scontri del G7, che potrà essere battezzato in anticipo «il G7 dei forti dissensi personali». Perché è sintomatico per il ritorno al personalismo della diplomazia?
Prima di tutto, c’è la peculiarità della presidenza di Macron. Questa sarà la nona partecipazione e sotto la sua presidenza, il presidente francese saluterà i partecipanti per l’ultima volta. È un addio non caratterizzato da abbracci e baci. Ovviamente, vorrà lasciare un segno speciale, e i suoi temi centrali saranno l’unità del G7 in relazione alla politica tariffaria di Trump e la minaccia della crisi climatica e alla transizione energetica. Macron non poteva immaginare posizioni più conflittuali con Trump. Sui dazi tariffari, conosciamo la libertà assoluta di decisione che il presidente americano decide di avere. Ma sul clima, la situazione personale è ancora più rilevante. Anche Trump è convinto – come Carl Sagan ha ricordato per altri leader in un bellissimo discorso molti anni fa – che l’effetto serra e il buco di ozono siano fantasie degli scienziati. Carl citò i pianeti Vinus e Marte come esempi dei disastri, il pianeta Venere – l’effetto serra – e il pianeta Marte come il disastro finale della mancanza di protezione dall’ozono dal sole.
Tuttavia, il vero messaggio storico di Macron anti Trump potrebbe essere l’invito a Xi Jinping come osservatore, un’ipotesi che non rende felice Trump e neppure l’altro grande nuovo membro del G7, il primo ministro giapponese Sanae Takaichi. Rieletta con una schiacciante maggioranza, è chiaramente simpatizzante di Trump, così come Meloni.
Questa possibile partecipazione di Xi Jinping ricorda la ripetuta partecipazione di Putin tra il 2000 e il 2013 a quello che fu chiamato G8. Questo è stato formalizzato nel 2011 con l’invito ufficiale a Putin da parte del Primo ministro Berlusconi – la sua visone in politica estera lo aveva portato a promuove il South Stream che avrebbe dimezzato i nostri costi energetici – ma fu definitivamente sospeso nel 2014 a causa dell’invasione russa della Crimea.
Etienne De La Boetie il riferimento di Mark Carney?
Dovendo dare un suggerimento per capire la filosofia politica di Mark Carney – le medie potenze si devono alleare fra di loro per non finire nel menu delle grandi – Etienne è la migliore potenziale «icona intellettuale» di Carney da adottare per il G7. Nato il 1530 e morto giovanissimo nel 1563 fra le braccia di Montaigne, Etienne , accreditato da Montaigne di essere il maggiore intelletto del secolo, è a mio parere la perfetta potenziale icona intellettuale della protesta «ad personam» del futuro G7 in quanto a soli 18 anni scrisse il «discorso sulla servitù volontaria» che secondo l’autore è la base di ogni tirannide. Questo pamphlet che può essere paragonato al «Principe» di Macchiavelli, o al «Leviatano» di Hobbes, è un autentico manifesto contro l’assolutismo che a suo parere è basato solo sulla passiva accettazione di chi si dovrebbe opporre. Di qui il suggerimento di Carney rivolto alle medie potenze di aggregarsi.
La minaccia di Trump di annettere il Canada – lui chiama Carney governatore e non Primo ministro – ha risvegliato nel pm visioni commerciali e persino militari chiaramente innovative rispetto a una politica storica di dipendenza dagli Stati Uniti. Mark Carney ha raggiunto un accordo di enorme importanza con la Cina e non c’è dubbio che sarebbe molto lieto di vedere la presenza di Xi Jinping al vertice. Ma è l’apertura del Consolato canadese in Groenlandia a mettere in luce la funzione politica di Carney come leader di una rivolta personale contro la politica – molto personale – di Trump. Il grande accordo con la Cina è stato seguito da un rafforzamento con l’Unione Europea su un’area di libero scambio integrata, da un accordo energetico con il Qatar e certamente c’è un grande potenziale accordo di libero scambio con l’India in programma per la riunione di marzo 2026.
E l’Africa?
Preparato dagli incontri di Finanza, Commercio, Politica estera e Banche centrali, il vertice del G7 continuerà a manifestare il più grande difetto socio-politico del ventesimo secolo: la reale mancanza di rispetto e considerazione per l’Africa. È incredibile come il continente, sulla strada per diventare uno dei più popolosi al mondo e la miniera autentica più importante di tutti i processi industriali, sia ancora considerato dal G7 una colonia. Putin è stato invitato, ci sono piani per invitare Xi Jinpin, ma Cyril Ramaphosa, il Primo ministro del Sudafrica non è invitato. L’Africa è una bomba ad orologeria demografica ed economica. La grande genialità politica di un governo italiano, che lo porrebbe a livello della grande strategia cinese, sarebbe quella di sviluppare una politica contraria a quella isolazionista di ispirazione -antistorica e anti economica – della Lega. La Francia farebbe compiere al G7 un vero salto storico in avanti se invitasse il Sudafrica come osservatore in attesa che qualche Paese decida prima o poi di proporlo finalmente come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, come si sarebbe dovuto fare per tempo, rappresentando il continente africano che ha un enorme futuro potenziale davanti a sé, decisivo per tutti loro: sia politico che economico. Nel 1962 ad Evian-les-Bains fu firmato l’accordo che pose termine alla guerra dell’Algeria, nel giugno del 2026 potrebbe essere sancita nella stessa località il dissidio insanabile fra personalismi diplomatici del G7.
Umberto Sulpasso è Senior fellow digital Center for future- Annemberg school, University of Southern California











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