A Foggia, in questi giorni, succedono cose meravigliose: la città risuona di musica, luci, opere, prime mondiali, jazz, ipogei aperti, piazze vive. È il «Gio Festival», la celebrazione di Umberto Giordano, il compositore che trasformava il caos in armonia. E poi, accanto a tutto questo splendore, c’è la politica locale.
Che trasforma l’armonia in caos.
Con una dedizione artistica che Giordano, pover’uomo, non avrebbe mai immaginato.
Mentre sul palco del Teatro Giordano debuttava Marina, opera giovanile ritrovata come un tesoro archeologico, in Consiglio comunale si tentava di rappresentare un’altra opera: Il Numero Legale. Purtroppo è un dramma in un atto solo, perché gli attori non si presentano. Il pubblico in piazza applaudiva la musica. Il pubblico politico applaudiva il vuoto. La città esplodeva di vita nella Notte Bianca Giordaniana, migliaia di persone, proiezioni, danza, jazz, visite guidate.
Un trionfo. Nel frattempo, la maggioranza del Comune viveva la sua Notte Nera: si cercavano consiglieri come si cercano Pokémon rari. «Ne manca uno!». «Ne abbiamo trovato mezzo!». «Questo è in modalità aereo!» Il festival illuminava la città. La politica spegneva l’interruttore.
Poi con aria da melodramma la sindaca ritira le dimissioni. Lo fa con un messaggio istituzionale, dignitoso, persino lirico. Ma attorno a lei il coro politico continua a cantare fuori tempo. È come se Giordano avesse scritto Andrea Chénier e il coro, invece di seguire la partitura, decidesse di improvvisare karaoke.
La sindaca parla di responsabilità. La maggioranza parla di «ricomposizione». Le opposizioni parlano di «farsa». La città parla da sola. Il festival chiude con Andrea Chénier in piazza Cavour.
Un allestimento della Scala, orchestra del Petruzzelli, cast internazionale. Nel frattempo, la politica foggiana prepara il suo finale alternativo: Andrea C’è? Niente.
Un’opera in cui si cerca disperatamente un consigliere per salvare la maggioranza, mentre il commissariamento bussa come un tenore fuori scena.
La morale? Il «Gio Festival» dimostra che Foggia, quando vuole, sa essere una città viva, colta, luminosa. La politica dimostra che Foggia, quando vuole, sa essere una città che inciampa da sola. Il festival canta. La politica stecca. E la città, come sempre, applaude e fischia allo stesso tempo.
