Ha vinto il «no». E ha vinto venendo giù a valanga. Il risultato emerso dalle urne per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia non lascia dubbi sulla scelta dei cittadini nel Paese, nel Mezzogiorno e in regione.
In Puglia sono più di quattordici i punti percentuali di scarto con chi sosteneva le ragioni del «sì». E se si dà uno sguardo nel Paese la debacle è completa. Solo in tre regioni la spunta il «sì»: Lombardia, Veneto e Friuli. Che diventano minoranza nel Paese.
Questa volta, la partecipazione è stata corposa, a differenza – ad esempio – delle ultime due consultazioni referendarie (contratto di lavoro a tutele crescenti e incandidabilità) che avevano fatto temere una disaffezione dei cittadini a questo strumento di espressione popolare ed una messa in sonno definitiva dell’impegno della società civile. Invece, questa battaglia referendaria che – inutile sottolinearlo – ha assunto i contorni di una battaglia politica, lascia sul campo se non morti, almeno feriti gravi. E se di battaglia politica si è trattato, anche la sconfitta, dunque, lo è.
Dalle urne è venuto fuori un monito per il Governo che deve raccogliere l’insuccesso, comprenderne le ragioni e modificare al più presto rotta, visto l’avvicinarsi delle Politiche. Nel merito della composizione dei votanti, un dato significativo riguarda la straordinaria partecipazione dei giovani che è visibilmente aumentata. Nei seggi pugliesi, almeno, era palpabile, a differenza delle ultime elezioni amministrative o politiche.
Poi, va riconosciuta soprattutto al Pd – a qualsiasi latitudine – la capacità di mobilitare il suo elettorato di riferimento. Cosa che fa certamente lievitare le quotazioni della segretaria nazionale, Elly Schlein.
Al contrario dello schieramento di Governo che non è riuscito a difendere – e nemmeno a spiegare evidentemente – la sua proposte di riforma e a serrare i ranghi. Ora si può dire archiviata del tutto la partita di riordino della Giustizia proposta da Nordio, dal momento che il referendum era di tipo confermativo e non consultivo. E riflettere sul fatto che questo Paese sembra non gradire una modifica degli articoli della Costituzione a colpi di maggioranza. Le riforme, sembra aver detto quasi uniformemente il Paese, devono passare da consultazioni ampie e condivise nella concertazione del le posizioni.
Infine, l’essere risucchiati in periodi del nostro passato che vedevano nelle politiche di austerity la prospettiva dell’avvenire non giova nelle urne (caro carburanti, dazi, spesa militare). E per ciò che riguarda il Sud (parliano di 15, 20 e persino quasi 30 punti di distacco nelle regioni meridionali) il risultato fa pensare anche ad una risposta a quei venti di secessione nordista su cui la Lega continua a spingere e che trovano un muro a queste latitudini.
Perché se il successo del «no» è dovuto alla indubbia capacità dei comitati che si sono mobilitati per la vittoria, una parte di quel voto è anche certamente di protesta verso le politiche del Governo. Infine, ma non da ultimo, non ha giovato, forse, nemmeno lo scontro frontale con le toghe, comunque un corpo e un potere dello Stato. Tanto da costringere il Capo dello Stato ad intervenire per calmierare la partita referendaria in corso d’opera. Inutile negarlo: con quei numeri di affluenza alle urne, la sconfitta è politica e racconta di un Paese diviso che il Governo non è stato in grado di ricomporre nemmeno con una riforma che doveva essere di tutti. Di certo, da oggi, la campagna elettorale per le Politiche è aperta ufficialmente.













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