Lo studio «Aboveground biomass in Australian tropical forests now a net carbon source», pubblicato sulla rivista Nature da Hannah Carle e colleghi, lancia un segnale senza precedenti: per la prima volta al mondo, una foresta pluviale tropicale smette di aiutare il clima e inizia a peggiorarlo. È quanto accade nel Queensland, in Australia nord-orientale, dove questi ecosistemi sono passati da assorbitori netti di anidride carbonica a fonte di emissioni verso l’atmosfera, contribuendo all’effetto serra invece che mitigarlo.
Per capire la portata della notizia, bisogna ricordare un concetto semplice: le foreste sono tra i principali «alleati» naturali contro il cambiamento climatico. Attraverso la fotosintesi, gli alberi assorbono CO2 dall’atmosfera e la immagazzinano nel legno, nelle foglie, nelle radici e nel suolo. È questo processo che le rende dei cosiddetti «pozzi di carbonio».
Ma questo equilibrio è fragile. Una parte del carbonio torna sempre in atmosfera, attraverso la respirazione delle piante e la decomposizione. E quando aumentano gli stress – come caldo estremo, siccità, incendi o tempeste – il bilancio può ribaltarsi. È esattamente ciò che sta accadendo in Australia.
Analizzando quasi 50 anni di dati su migliaia di alberi, i ricercatori hanno scoperto che dalla fine degli anni Novanta queste foreste hanno smesso di accumulare carbonio. Prima assorbivano più CO2 di quanta ne emettessero; oggi accade il contrario.
La causa principale è l’aumento della mortalità degli alberi, legata a temperature sempre più elevate, scarsità d’acqua e cicloni tropicali più intensi. Un aspetto particolarmente rilevante riguarda un’ipotesi molto diffusa: che l’aumento della CO2 in atmosfera potesse stimolare la crescita delle piante, compensando almeno in parte i danni del cambiamento climatico.
Questo studio mostra che, almeno in questi ecosistemi, tale «effetto fertilizzante» non è sufficiente. La crescita degli alberi è limitata da altri fattori, come la disponibilità di nutrienti, e non riesce a tenere il passo con le perdite. Il caso australiano è importante non solo a livello locale. Queste foreste sono tra le più ricche di carbonio al mondo e, proprio per questo, rappresentano un possibile segnale anticipatore di ciò che potrebbe accadere anche in Amazzonia, in Africa o nel Sud-est asiatico se il riscaldamento globale continuerà senza controllo. In altre parole, uno dei pilastri naturali della stabilità climatica potrebbe iniziare a indebolirsi. Le implicazioni sono profonde anche per le politiche pubbliche. Per anni, proteggere le foreste è stato considerato uno degli strumenti principali per contrastare il cambiamento climatico. Oggi emerge con chiarezza che questo, da solo, non basta più. È necessario gestire attivamente le foreste, tenendo conto degli eventi estremi e dello stress climatico, per preservarne la capacità di assorbire carbonio. Ma il messaggio più importante è ancora più ampio. La perdita di efficienza delle foreste come «assorbitori» naturali rende più difficile compensare le emissioni prodotte dall’uomo. E questo cambia radicalmente la prospettiva delle politiche climatiche.
Come sottolinea il Global Environment Outlook 7 delle Nazioni Unite, non è più sufficiente contare sui meccanismi naturali: per raggiungere la neutralità climatica serve un cambiamento profondo dei sistemi economici. Significa trasformare il modo in cui produciamo energia, passando rapidamente alle fonti rinnovabili; ripensare il sistema alimentare, rendendolo più sostenibile; e ridurre la pressione sugli ecosistemi attraverso un uso più efficiente e circolare delle risorse. Le foreste restano fondamentali: proteggerle e ripristinarle è indispensabile. Ma non possono più essere considerate una soluzione sufficiente. Devono diventare parte di una strategia più ampia, capace di ridurre in modo strutturale le emissioni globali.
Il segnale che arriva dall’Australia è chiaro: il tempo delle soluzioni parziali è finito. Se vogliamo davvero contenere il riscaldamento globale e raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050, serve una trasformazione profonda e coordinata dei nostri sistemi energetici, produttivi e di consumo.
Lorenzo Ciccarese è esperto di governance ambientale e revisore dei rapporti dell’«Intergovernmental Panel on Climate Change» (IPCC), organismo delle Nazioni Unite, cui è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace nel 2007