Quando finisce un amore o qualcuno ci lascia, il primo impulso è quello di aggrapparsi, di cercare spiegazioni, di voler ricostruire ciò che è andato in frantumi, perché l’abbandono è una ferita profonda, un’esperienza che lacera le nostre carni, che ci fa sentire nudi e sconfitti, costringendoci a fare i conti con la nostra impotenza. Eppure malgrado questa sofferenza ci appaia terribilmente unica, si tratta di un’esperienza universale che da sempre attanaglia gli uomini, rivelandone la fragilità.
Lo sapevano bene gli antichi che declinarono questo tema in molteplici forme, dando origine a storie intense e drammatiche. E allora ecco scorrere come su uno schermo figure femminili che sono diventate veri e propri archetipi: Arianna, Medea, Didone. Ognuna di loro è protagonista di una vicenda con un finale diverso. Arianna, per esempio figlia del re Minosse, per amore abbandona la propria casa, il proprio futuro, consente l’uccisione del fratello, il terribile Minotauro, per poi essere lasciata addormentata da Teseo sull’isola di Nasso.
Qui l’abbandono non è una fine, ma un inizio. E’ una ferita che il tempo rimargina, perché nulla è per sempre e dal tessuto connettivo dell’eternità emerge Dioniso che la fa sua sposa e la rende immortale. Anche Medea tradisce per amore, tradisce suo padre e fugge via dalla sua terra. E anche lei ucciderà il fratello e come Arianna sarà abbandonata. Sarà abbandonata da un uomo che le aveva giurato eterno amore, ma i giuramenti non durano per sempre e le persone come le stagioni, cambiano!
Queste storie ci raccontano che la vita è un flusso continuo, che tutto scorre, che ogni legame si può dissolvere e che quanto più crediamo di essere necessari all’altro, tanto più siamo esposti a terribili delusioni legati a un’esistenza senza garanzie. Ma se Arianna e Medea trovano un altrove diverso, dove c’è un amore altro, Didone lasciata da Enea si dà la morte trafiggendosi con la spada del suo amante, mentre lui ignaro è ormai lontano. Ma cosa c’è dietro il dolore per l’abbandono, se non la percezione di aver perso qualcosa che ci apparteneva. Ecco questo è il punto focale: un amore non ci appartiene, non è nostro.
Allora non dare un nome alla tua sofferenza, perché in questo modo le dai forza, la fai continuare ad esistere, ma fai spazio al vuoto che ha lasciato, e solo nel vuoto e nel silenzio puoi trovare ciò che ti serve. Ovvero te stesso, e questo basta!