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La scuola e le logiche del mercato

Ogni volta che si parla di scuola in Italia, il rischio è sempre lo stesso: dimenticare che la scuola serve prima di tutto a formare persone e non a regolare flussi economici.

La proposta della ministra del Turismo Daniela Santanchè – rivedere il calendario scolastico per distribuire le vacanze durante l’anno e «destagionalizzare» il turismo – ne è un esempio. Un’idea che, nelle intenzioni, vuole modernizzare il Paese e favorire il benessere delle famiglie, ma che nella pratica rischia di piegare i tempi dell’istruzione alle logiche del mercato.

Il progetto, ancora privo di contorni concreti, vorrebbe ispirarsi ai modelli europei: settimane di pausa in autunno, a primavera e una chiusura estiva più breve. Tuttavia, i paragoni con la Germania o i Paesi del Nord sono più retorici che reali. A Berlino o a Copenaghen gli edifici scolastici sono climatizzati, il lavoro è più flessibile e le temperature estive consentono attività educative anche ad agosto.

In Italia, invece, aule surriscaldate, scuole fatiscenti e un’organizzazione del lavoro rigida rendono l’idea semplicemente impraticabile. Eppure il problema delle vacanze estive troppo lunghe esiste. Diversi pedagogisti lo sottolineano da anni: tre mesi di pausa rallentano i processi cognitivi e ampliano la disuguaglianza tra chi può permettersi corsi estivi o viaggi studio e chi resta a casa. In questo senso, una riflessione sul calendario è legittima ma dovrebbe partire dalla didattica, non dal turismo.

Nella proposta Santanchè, invece, il punto di partenza è economico. L’istruzione viene intesa come un ingranaggio di un sistema produttivo da ottimizzare, non come un’istituzione con una propria missione sociale e culturale.

Distribuire le vacanze per «favorire la crescita del settore turistico» significa subordinare la scuola a interessi di categoria, dimenticando che a ogni cambio di calendario corrispondono conseguenze concrete per milioni di studenti, insegnanti e famiglie. Per molte famiglie italiane, infatti, la rigidità delle ferie aziendali e la mancanza di servizi di custodia o doposcuola rendono impossibile gestire pause frammentate.

Senza una revisione complessiva del welfare e del lavoro, l’unico risultato sarebbe aumentare il divario sociale: chi ha mezzi potrà organizzarsi, chi non li ha sarà costretto a arrangiarsi. Il richiamo ai «modelli europei» avrebbe senso solo se accompagnato da investimenti strutturali – edilizia scolastica, trasporti, servizi educativi – e da un coordinamento tra ministeri dell’Istruzione, del Lavoro e del Welfare. Altrimenti resterà una mossa di comunicazione, buona per le conferenze stampa, ma inattuabile nei fatti. La scuola non può diventare uno strumento per regolare i picchi turistici. È, o dovrebbe essere, il luogo in cui si costruisce il futuro del Paese, non la leva di un’economia stagionale.

Ripensare il calendario scolastico può avere senso, ma solo se il fine è pedagogico, non promozionale. Perché l’istruzione, in una democrazia matura, deve indicare il ritmo del progresso, non inseguire il calendario delle vacanze.

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