C’è una storia bellissima e sconosciuta ai più che è stata raccontata durante i lavori del «Collegio italiano dei primari di oncologia medica» (Cipomo) che ha chiuso a Roma, in questi giorni, il trentesimo congresso nazionale. È una storia di coraggio, di quel coraggio che sfida la medicina paludata e porta luce ed innovazione. E che passa, casualmente, dalla nostra regione. Eccola qui.
Durante la Seconda guerra mondiale accadde a Bari un episodio ben noto a tutti i cittadini, vuoi per averlo vissuto, vuoi per i racconti fatti dai nonni ai nipoti, vuoi per averlo studiato sui libri di storia. Quello che forse è poco noto sono le conseguenze di quella vicenda nata per puro caso il 2 dicembre 1943.
Quel giorno la flotta alleata era ancorata nel porto di Bari e, in quella tragica giornata, vi fu un devastante bombardamento della Luftwaffe tedesca che scatenò un inferno di bombe.
Tra le navi colpite c’era la John Harvey, che trasportava un carico segreto di gas iprite (gas mostarda) dalla quale fuoriuscirono per alcuni giorni una grande quantità di sostanze tossiche che contaminarono le acque del porto, i militari e i civili nella zona. Ma nei giorni successivi accadde qualcosa che non era prevedibile: i medici si accorsero che chi era riuscito a sopravvivere, aveva avuto un crollo sensibile dei globuli bianchi (linfociti).
I ricercatori americani Louis Goodman e Alfred Gilman, a Yale, ebbero, allora, un’intuizione geniale: se quel veleno uccideva le cellule del sangue sane, forse, poteva fare lo stesso con quelle impazzite dei tumori del sangue. «Nacque così la mostarda azotata, il primo agente chemioterapico utilizzato nella storia dell’oncologia. Il cancro aveva finalmente un nemico invisibile quanto lui», è stato ricordato durante il simposio romano.
E così, negli Stati Uniti, il «National Cancer Institute» (Nci) cominciò a testare i primi cocktail di farmaci, mentre in Italia l’oncologia continuava a fare ricorso solo alla chirurgia. Gianni Bonadonna, un’americano di Milano, che si era formato negli Stati Uniti, al «Memorial Sloan-Kettering Cancer Center» di New York, respirata quell’aria nuova la portò in Italia. Negli anni ‘70, insieme ad Umberto Veronesi, provò quelle teorie sulle donne colpite da tumore al seno.
Bonadonna puntò su tre farmaci diversi e propose di usarli dopo che il chirurgo aveva rimosso il tumore. Stava testando quella che oggi chiamiamo terapia adiuvante che ha il potere di abbattere, e di molto, il rischio di recidive. È stata la scoperta che ha salvato milioni di donne in tutto il mondo. Bonadonna collaborò per anni con i colleghi americani.
Oggi l’oncologia usa proiettili intelligenti, ma da quella storia originata dalle intuizioni nate per caso a Bari si è sviluppata la moderna oncologia medica.