Le parole pronunciate da Rossano Sasso non mi hanno colpito soltanto sul piano politico. Mi hanno interrogato sul piano umano. Non vi ho sentito la forza di un’identità sicura di sé.
Vi ho sentito, piuttosto, il timore di una perdita. Come se dietro quei nomi – Giuseppe e Maria da una parte, Omar, Mohamed e Abdul dall’altra – non ci fosse semplicemente una distinzione tra persone, ma il tentativo di dare un volto a un’angoscia più profonda.
La psicoanalisi ci insegna che quando non riusciamo a elaborare ciò che ci inquieta dentro di noi, rischiamo di collocarlo fuori. È il meccanismo della proiezione: ciò che appare minaccioso viene attribuito all’altro. Lo straniero diventa allora il contenitore delle nostre paure, delle nostre fragilità, delle nostre incertezze.
Ma l’altro non è mai il problema.
L’altro è spesso lo specchio che ci restituisce qualcosa che fatichiamo a riconoscere di noi stessi. Ascoltando quelle parole ho pensato a ciò che Massimo Recalcati definisce il paradigma sicuritario della contemporaneità.
Una società impaurita cerca continuamente protezione. Chiede muri, confini, controlli. Cerca garanzie assolute contro ogni forma di incertezza. Eppure la sicurezza assoluta non esiste. Esiste soltanto il difficile lavoro di convivere con ciò che non possiamo controllare completamente.
Quando la paura diventa il principio organizzatore del discorso pubblico, il rischio è che l’altro smetta di essere una persona e diventi una categoria.
Non si incontra più Omar. Non si incontra più Mohamed. Si incontra «l’immigrato». Non si ascolta più una storia. Si guarda un simbolo. È qui che avviene qualcosa di profondamente doloroso.
Perché ogni volta che riduciamo una persona a un nome, a una provenienza o a una religione, perdiamo la sua singolarità. E quando perdiamo la singolarità dell’altro, perdiamo anche una parte della nostra umanità.
La mia condanna di quelle parole nasce da qui.
Non dall’indignazione moralistica. Non dalla superiorità di chi si sente dalla parte giusta. Ma dalla tristezza. La tristezza di vedere la paura prevalere sulla curiosità. La tristezza di vedere l’identità cercare forza nell’esclusione anziché nella relazione.
La tristezza di assistere a un linguaggio che separa proprio mentre il nostro tempo avrebbe bisogno di costruire le gami.
Perché una comunità non si misura dalla capacità di individuare chi ne resta fuori. Si misura dalla capacità di riconoscere l’umanità che abita ogni volto.
Questo non significa negare i problemi, le difficoltà dell’integrazione, le tensioni sociali o il bisogno di regole. Significa però rifiutare che la complessità venga compressa dentro una contrapposizione tra «noi» e «loro».
Ogni volta che pronunciamo un nome dovremmo ricordare che dietro quel nome c’è una biografia, una ferita, un desiderio, una speranza. C’è una madre che ha amato, un padre che ha temuto, un bambino che ha sognato. Giuseppe e Maria. Omar, Mohamed e Abdul.
Prima dei nomi, prima delle appartenenze, prima delle paure, vengono gli esseri umani. Ed è forse questa la cosa più difficile da ricordare quando la paura bussa alla porta della politica.
