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La piazza pubblica a uso privato, quando la “cultura” limita gli spazi

La piazza pubblica a uso privato, quando la “cultura” limita gli spazi

C’è una nuova specie urbana che popola le città d’estate: il cittadino davanti alla transenna. Lo riconosci subito: sguardo smarrito, passo incerto, la domanda eterna sulle labbra, «Ma…non era una piazza?» Benvenuti nel modello piazza a pagamento, dove lo spazio pubblico è pubblico solo fino a quando non serve a qualcuno per farci un concerto. Poi, miracolosamente, diventa privato, chiuso, a numero chiuso, a biglietto aperto. Una specie di escape room al contrario: paghi per entrare, non per uscire. La piazza da sempre è il luogo della comunità. Ma troppo spesso diventa una biglietteria.

Si entra da un varco, si esce da un altro, e nel mezzo c’è un palco che sembra dire: «Questa città non ha un’arena, quindi useremo te. Sì, proprio te, Piazza Cavour, Piazza Cesare Barristi… Non fare storie». Il tutto condito da un paradosso sublime: la piazza è chiusa, ma il concerto è all’aperto. Una specie di ossimoro urbanistico che meriterebbe un premio.

Il vero problema, però, è lui: il cittadino non pagante che osa voler passare nella piazza dove passa ogni giorno. Un sovversivo. Un ribelle. Un potenziale ascoltatore gratuito. E allora via con le transenne, gli steward, i percorsi obbligati. Perché il cittadino, si sa, è pericoloso: potrebbe ascoltare una canzone senza pagare. E questo, in una città moderna, è inaccettabile. Poi c’è la parte più teatrale: le autorizzazioni. Le delibere. Le concessioni. Le conferenze dei servizi. Tutta quella burocrazia che trasforma una piazza in un recinto con la stessa naturalezza con cui si monta un gazebo. La politica, in questa storia, è come il tecnico luci: non la vedi, ma decide tutto. E soprattutto decide chi può chiudere cosa.

Perché più che in una città, sembra di vivere in un enorme condominio dove ogni tanto qualcuno affitta l’androne per farci un matrimonio. Domanda semplice: che idea di cultura si ha in una città che chiude le piazze?

Parrebbe semplice rispondere: una cultura a gettone. Una cultura a consumo. Una cultura che non unisce, ma seleziona. Che non apre, ma delimita. Che non include, ma filtra.

È un modello? Sì. È un modello triste? Anche. La città si trasforma in un labirinto di transenne, dove la cultura non è più un bene comune, ma un evento a pagamento. Prende un velo di mestizia quando l’agorà, il ventre della città, gli spazi dove si discute, si litiga, si ama vengono recintati «solo per qualche ora». Che poi si comincia «con solo per poco» e si finisce che la normalità diventa la transenna. E così ci si convince che chiudere una piazza «non è poi così grave». Che «succede ovunque». Che «è per la sicurezza». La parola magica che apre tutte le porte e chiude tutti gli spazi.

Ma una città che chiude le piazze, anche solo per un po’, è una città che chiude un pezzo di sé. E una città che mette un pedaggio alla propria agorà è una città che ha smarrito la differenza tra bene comune e biglietteria. Permettetemi preghiera laica: che le piazze restino piazze. Che la cultura sia un gesto, non un recinto. Che la città respiri senza chiedere il QR code.

Perché una piazza chiusa è un incidente. Una piazza chiusa spesso è un’abitudine. Una piazza chiusa troppo spesso è un fallimento. Se poi ti impongono un pagamento è come se ti chiedessero il biglietto per entrare in casa tua.