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Il vero valore dei ragazzi non è nei numeri

Fine del primo quadrimestre a scuola, odore di pagelle. Siamo fieri dei nostri figli al di là della pagella.

In questi giorni tanti ragazzi tornano a casa con un numero tra le mani. Un numero che sembra parlare più forte di tutto il resto. Un numero che, a volte, pesa. Pesa sul loro umore, sul modo in cui entrano in casa, sul silenzio che li accompagna, mentre appoggiano lo zaino sul pavimento. Li guardiamo e capiamo che non stanno portando solo un voto. Stanno portando aspettative. Confronti. Paure. La paura di deluderci. La paura di non essere abbastanza.

Ma un voto è un voto. Non è la misura del loro valore. Non racconta le notti passate sui libri con la stanchezza negli occhi. Non racconta l’ansia prima di un’interrogazione. Non racconta la frustrazione di chi studia tanto e raccoglie meno di quanto sperava. Non racconta neppure la gioia silenziosa di chi, passo dopo passo, sta migliorando.

Un voto fotografa una prestazione, non una persona. Non dice quanto sono gentili con i compagni. Non dice quanta fantasia hanno. Non dice quanto sono capaci di empatia, di coraggio, di resilienza. Non dice quanto sanno chiedere scusa. Non dice quanto sanno amare. E noi, come genitori, abbiamo un compito delicato, separare il risultato dall’identità.

Possiamo correggere, guidare, spronare. Certo che sì. Possiamo insegnare il valore dell’impegno, della costanza, della responsabilità. Ma senza mai far passare il messaggio che il nostro amore dipende da un numero. Perché ciò che resterà nella loro memoria non sarà il sette o il cinque in matematica. Sarà il nostro sguardo quando ci mostreranno la pagella.

Sarà il tono della nostra voce. Sarà quella frase detta a tavola che può diventare forza o ferita. Siamo noi a costruire la loro voce interiore. Se oggi saremo solo giudici, domani dentro di loro parlerà un giudice severo. Se oggi saremo guida e sostegno, domani dentro di loro parlerà fiducia. I nostri figli hanno bisogno di sapere che possono sbagliare senza perdere il nostro orgoglio. Che possono cadere senza perdere il nostro rispetto. Che un errore è un passaggio, non una definizione. Che fallire non significa essere un fallimento. La scuola è importante. L’impegno è fondamentale. La responsabilità va insegnata. Ma l’autostima è il terreno su cui tutto il resto cresce. E senza autostima, anche il talento più grande rischia di appassire. Ricordiamoci che ogni figlio ha il suo tempo. C’è chi fiorisce presto e chi ha bisogno di stagioni più lunghe.

C’è chi brilla nei numeri e chi nelle parole. C’è chi eccelle nello studio e chi nell’arte, nello sport, nelle relazioni. Non esiste un solo modo per essere bravi. Esiste il loro modo. Esiste il loro tempo. E poi ricordiamolo dai, è solo il primo quadrimestre. Non è una sentenza. Non è un’etichetta. Non è il finale della storia. È una tappa. Un punto di partenza. Di un ennesimo anno scolastico o del primo. Un momento per fermarci, capire, riorganizzare, incoraggiare.

C’è ancora tempo. C’è ancora margine. C’è ancora crescita da fare. E noi possiamo camminare accanto a loro, senza sostituirci, ma senza lasciarli soli. Possiamo essere presenza, equilibrio, fiducia. Siamo fieri. Sempre. Non per ciò che prendono. Ma per ciò che sono. E per tutto ciò che, con i loro tempi, diventeranno.

Giovanni Abbaticchio è blogger @thewalkingdadstoy

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