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Dal palco al governo, il ministro-bandiera sempre pronto a cambiare rotta

La polemica è scoppiata: dal palco di Trinitapoli, Francesco Sarcina, voce de Le Vibrazioni, ha definito un ministro della Repubblica un “trimone” (durante il concerto il 16 agosto scorso). Grave errore. Non tanto per l’insulto in sé, che già di suo non è questo colpo mortale ma per l’imprecisione lessicale.

Il termine corretto, infatti, sarebbe stato “trimone a vento”: quello che si usa per chi parla a casaccio, cambia idea con la stessa costanza con cui cambiano le direzioni della tramontana, e colleziona contraddizioni come altri collezionano francobolli.

E chi incarna meglio del ministro in questione questo concetto? Basta sfogliare il suo album delle dichiarazioni. Una volta Putin era “il più grande politico sulla Terra”.

Poi, dopo l’invasione dell’Ucraina, il giudizio si è trasformato nel suo opposto, “un criminale”. Non un semplice cambio di sfumatura, ma un salto mortale carpiato dialettico, degno della ginnastica artistica olimpica.

E vogliamo parlare del Ponte sullo Stretto? Prima era un’utopia inutile, un sogno di ingegneri con la testa tra le nuvole. Adesso, improvvisamente, è diventato “opera di vitale importanza”, quasi un sacramento infrastrutturale.

E ancora: i meridionali. Un tempo bersaglio delle invettive leghiste oggi oggetto di carezze e sorrisi elettorali, perché i voti al Sud valgono oro, e superano perfino quelli persi al Nord.

Serve continuare l’elenco? È la cifra del personaggio: dichiarazioni contraddittorie, prese di posizione che si smentiscono da sole, parole che pesano solo finché servono a raccogliere applausi. Uomo di Governo capace di cambiare direzione senza neanche il tempo di accorgersene, sempre pronto a rivendersi la nuova linea come se fosse l’unica verità possibile. Alla fine, più che un ministro, sembra incarnare l’essenza del “trimone al vento”: sempre pronto a cambiare rotta, dire il contrario di sé stesso, e rivendersi l’ennesima verità provvisoria come se fosse definitiva. Un po’ banderuola, un po’ jukebox di frasi fatte, a seconda di chi inserisce la monetina del consenso.

La cifra politica del ministro sta tutta qui: la coerenza sacrificata all’altare del consenso immediato. Il linguaggio come vestito usa e getta, cambiato a seconda della platea. La parola non come impegno, ma come spot. Il problema non è Sarcina che dal palco, seppur in maniera colorita, esprime una opinione, ma un ministro che trasforma la coerenza in un optional. Alla fine Sarcina, poveretto, non ha insultato: ha solo fatto un’analisi semantica. Perché il vero scandalo non è che un cantante lo abbia chiamato “trimone”, ma che il ministro sembri incarnare alla perfezione la versione full optional di “trimone al vento”. Voci di corridoio dicono, non confermate ma altamente plausibili, che lo staff stia già preparando le felpe della prossima campagna elettorale con lo slogan “Trimone al Vento®”, marchio registrato. Perché in fondo, in politica, la coerenza passa, il merchandising resta.

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