Da oggi “L’Edicola” pubblicherà ogni domenica alcuni estratti dalle conferenze già svolte per la rassegna, coprodotta da Libreria Laterza e Fondazione Teatro Petruzzelli, che si è aperta il 3 giugno
Aprile 1891. A Bari, 179 imputati vengono rinchiusi in una gabbia di ferro, in un’aula di giustizia. La città trattiene il fiato: in gioco non c’è soltanto l’esito di un processo, ma l’immagine stessa di Bari. Non era la prima volta che la città conosceva una crisi profonda. Ve ne erano state altre: crisi economiche, sociali, di prestigio. E ogni volta Bari era stata costretta a ridefinire sé stessa. Questa è una delle costanti più profonde della sua storia: Bari cresce, cambia volto e costruisce la sua identità proprio nei momenti in cui la vede minacciata. Ma per comprendere il significato di questo momento cruciale occorre allargare lo sguardo e tornare indietro di alcuni secoli. E seguire un filo rosso che attraversa la storia lunga della città: un filo talvolta teso, talaltra allentato, ma mai davvero spezzato. È il filo del rapporto fra Bari, il commercio e il mare. Seguiamo allora questo filo, arrivando a Bari da lontano, con gli occhi di un ammiraglio ottomano che nel 1525 consegna al sultano Solimano il Magnifico il Kitab-ı Bahriye, il Libro della navigazione. È una guida pratica per chi solca il Mediterraneo, scritta per i naviganti dell’impero più potente del mondo. Nella pratica concreta della navigazione mediterranea del Cinquecento, Bari entra nel manuale di chi quel mare, più di ogni altro, a quei tempi, dominava. Più di un secolo dopo, Antonio Beatillo trasformerà quella stessa realtà geografica in immagine identitaria. E infatti tutto, a Bari, parla di mare e di commerci. E sopra tutti, San Nicola. Protettore dei naviganti. Santo dell’Adriatico. Bari costruisce così la propria identità. Sul negozio. Sul porto. Sui traffici.
Il Cinquecento delle «nazioni»
La storia di Bari è quella di una «città di gran commercio, massima co’ luoghi d’Oriente», scriverà Giulio Petroni. Bari nel Cinquecento prospera grazie al commercio. Ma non è il suo commercio. Perché la mercatura a Bari è in mano a due poteri in modo diverso esterni alla città stessa. Il primo sono le «nazioni». Gruppi di mercanti forestieri, coesi, riconoscibili, dotati di propri statuti e proprie pratiche commerciali. Non sono semplici ospiti. Sono corpi organizzati. Occupano posizioni centrali nell’economia cittadina, ma restano separati dal suo tessuto sociale. Come scriverà Francesco Lombardi: «Le famiglie forestiere, abitanti a Bari per cagion di negozj, si governavano da loro medesime colla direzione de’ loro Consoli, in guisa di un’altra Università separata». Un’altra università. Un’altra città, dentro la città. Una città mobile, fatta di reti, capitali e relazioni. Una città che attraversa Bari senza mai coincidere davvero con Bari. Il secondo potere esterno è la Basilica nicolaiana. Uno dei grandi protagonisti della vita cittadina. Grazie al suo santo, Bari si presenta come città eletta. La santità diventa uno strumento di celebrazione civica: un modo per dare lustro e grandezza, ma ancora una volta grandezza riflessa. All’ombra di un gigante. Perché San Nicola non è solo un culto. La basilica e i suoi monaci rappresentano uno dei poteri fondiari e mercantili più forti della città. Dunque, nella Bari del grande commercio cinquecentesco, i frutti di quei traffici ricadono solo in parte sulla città stessa. Anche perché le élite cittadine si tengono ben lontane da merci, botteghe e moli. Nel sistema culturale dell’antico regime, il negozio è attività incompatibile con la piena dignità nobiliare. È la trappola del vivere nobilmente: il prestigio si misura dalla lontananza dal lavoro produttivo e soprattutto dal commercio. Ma è proprio il commercio, assieme alla rendita fondiaria, non sempre sufficiente, a poter dare le risorse necessarie per vivere nobilmente. Questa nobiltà, nella vita religiosa della città, si identifica con il Capitolo cattedrale, legato al culto di San Sabino, che cerca incessantemente di competere con quello di San Nicola nella definizione dell’identità sacra di Bari. Così l’agiografia, che altrove è strumento di coesione civica, a Bari diventa invece specchio di conflitti profondi e di lungo periodo. La Basilica di San Nicola, con la sua forza simbolica ed economica. La cattedrale di San Sabino, specchio sacro degli interessi delle élite cittadine. Dietro il confronto tra due santi, si nasconde una competizione per il controllo del potere urbano e delle sue risorse. Ma nella Bari cinquecentesca si produce anche un altro paradosso. Nel 1557 muore Bona Sforza, l’ultima signora di Bari. Sotto di lei la città aveva goduto di protezione e visibilità internazionale. Ora tutto questo svanisce. La città torna in regio demanio: non è più città infeudata, dipende direttamente dal potere regio. È la condizione più ambita nel Regno. Ma a Bari le cose vanno diversamente. Senza più una feudataria prestigiosa in grado di proteggerla, la città diventa una pedina nel gioco della corona spagnola e dei suoi ufficiali. La libertà formale si traduce in fragilità reale. Ne risulta una singolare incongruenza di status. Formalmente, Bari è città arcivescovile regia: al vertice della gerarchia onorifica, ma il suo profilo è instabile, incerto, difficile da sostenere. Non è civitas fino in fondo. E finisce così per essere molto simile alle tante città agricole della Puglia centro-settentrionale, quelle che con un ossimoro chiamiamo agrotowns, né città né campagna. Città per le dimensioni e la pesantezza del costruito, campagna per l’assenza di funzioni tipicamente urbane e la folta presenza di lavoratori rurali intra moenia. Priva ormai di una potente signoria feudale, di un saldo potere politico e di un tessuto economico autenticamente autonomo, la città affida alla scrittura la difesa della propria identità: scrivere è fissare quello che può essere effimero o minacciato. A questo serviranno il Libro rosso e alcuni altri scritti che celebrano la città: a fare della memoria scritta un baluardo. Questa è dunque la Bari del Cinquecento, dinamica e cosmopolita. Ma dotata di una prosperità che nasconde una fragilità di fondo, perché costruita in buona parte su elementi esterni. Da una parte quelli senza radici né futuro: i mercanti forestieri radunati in nazioni, che se ne partiranno entro la fine del secolo. Dall’altra quelli ingombranti e imponenti: la Basilica di San Nicola, il suo culto, i suoi monaci, le sue fiere. Una prosperità che non appartiene davvero alla città. Quando i mercanti forestieri se ne vanno, il sistema crolla. E la città deve ricominciare. È uno dei grandi momenti di crisi in cui Bari scopre una dinamica che tornerà più volte nella sua storia. La crisi diventa occasione di rifondazione.
Il Seicento dei «marinai»
E quella rifondazione arriva lentamente nel Seicento. Ma è di piccolo cabotaggio. Il mare cambia; si fa più piccolo. Cambiano le rotte e i suoi protagonisti. È il secolo dei «marinai». Non più i grandi mercanti delle lunghe distanze e dai capitali cospicui. L’Adriatico, che i Veneziani chiamavano il loro golfo perde progressivamente centralità nel sistema delle grandi rotte commerciali mediterranee. La quantità di olio meridionale che risale l’Adriatico si riduce drasticamente e così lo stesso ruolo di Bari come porto di esportazione. In questo mare più breve, si muove ora un gruppo di naviganti analfabeti e inesperti. Proiettati su rotte corte e mercati vicini. Privi di strumenti di iniziativa e controllo. Che vivono il commercio come una scommessa continua, una prova di abilità e audacia. Sospeso sul confine sottile tra lecito e illecito. Sempre esposto al rischio dell’insolvenza e del fallimento. È un mutamento verso il basso, accentuato dalla contrazione dei traffici oleari verso l’Italia settentrionale, colpita fra il 1629 e il 1631 dalla peste. A Bari crollano le rendite fondiarie, i redditi e i consumi subiscono una brusca contrazione. Una situazione ulteriormente aggravata dalla versione barese della rivolta di Masaniello, e dalle pestilenze del 1656 e del 1691. E tuttavia la crisi prepara il terreno alla nascita di un ceto mercantile barese: il commercio si ripiega su circuiti più brevi e più fragili, si polverizza in microimprese, perde i grandi operatori stranieri, radicandosi però nel tessuto locale.
Il Settecento dei «negozianti»
Nell’ultimo secolo dell’antico regime emerge Trieste, porto asburgico dinamico e aperto. I traffici si riattivano in un quadro più fluido, caratterizzato da gerarchie meno oppressive. In questo nuovo equilibrio, Bari conquista una posizione di rilievo rispetto agli altri centri della costa pugliese: diventa insieme sbocco delle esportazioni triestine e porto di punta per l’imbarco dell’olio destinato ai mercati dell’Impero asburgico. Parallelamente si rafforza anche la direttrice tirrenica, ormai sempre più decisiva per i traffici meridionali. Verso Marsiglia fluisce l’olio lampante prodotto nella Puglia centrale, e Bari si inserisce con sempre maggiore regolarità in questo circuito mediterraneo. La città, sospesa fra Adriatico e Tirreno, ritrova, gradualmente ma irreversibilmente, una nuova centralità commerciale. Cambia profondamente anche la società barese. Il mondo dei marinai guadagna visibilità e si consolida come componente stabile della vita urbana. Proprio da questo ambiente prende forma uno dei fenomeni più significativi del secondo Settecento di Bari: la nascita di vere e proprie dinastie mercantili. Molte delle famiglie di marinai riescono progressivamente ad ascendere alla qualifica di negoziante, senza più considerarla una condizione provvisoria e dequalificata. E trasformano il negozio in una tradizione famigliare e in un elemento identitario da rivendicare con orgoglio. Il termine «negoziante», a lungo soffocato fra il disprezzo aristocratico per il commercio e la subalternità sociale dei marinai, torna a circolare con nuova dignità nella semantica urbana. Ma ora non designa più stranieri organizzati in nazioni che scivolano sulla città senza integrarsene, in qualche modo volgendole le spalle, bensì individua un nuovo ceto locale dalla forza trainante. Quelle famiglie mercantili sono il prodotto di un mondo che ha perduto gli orizzonti del passato, ma non si è smarrito, imparando a contare sulle proprie energie. E tuttavia, l’identità legata al negozio incarna per un tratto una condizione stravagante: è più diffusa che mai, ma fatica ancora a godere di pieno prestigio sociale. Ma è solo questione di tempo: il cambiamento è ormai avviato. E un uomo e la sua storia lo incarnano esemplarmente: don Vito Diana (1774-1843), il più grande fra i piccoli negozianti baresi. Che, senza voler uscire dalla propria condizione, riesce a ridefinire il significato stesso della dignità mercantile. Nel suo elogio funebre, Giulio Petroni ne esalterà le qualità: non quelle tradizionalmente associate alla nobiltà del sangue, bensì virtù più discrete ma decisive: l’operosità, la capacità di intrattenere rapporti con persone appartenenti a ogni livello sociale, la cortesia dei modi, la sobrietà del linguaggio. Proprio grazie a queste sue doti, don Vito riesce, nelle parole di Petroni, a rendersi «degno della riverenza di tutti». In lui si scioglie finalmente una contraddizione secolare: quella tra la ricchezza prodotta dal commercio e l’ignobilità sociale attribuita alla sua origine mercantile. La stima pubblica non chiede più il distacco dal negozio.
L’800 e la «città del negozio»
L’Ottocento è il secolo che porta a compimento questi processi, ma ancora una volta in modo complesso e non privo di rischi. Intanto, nel grande secolo della storia di Bari, il commercio si conferma, senza più esitazioni, segno distintivo e di prestigio della città, elemento centrale nelle sue narrazioni e rappresentazioni. Il tema della «città del negozio» si impone come nodo cruciale nelle scuole, nelle prediche, nei salotti e nelle piazze, offrendo la trama per una rilettura del passato urbano intesa come compito insieme civile e istituzionale. È arrivato il momento che questa visione trovi forma compiuta in una narrazione strutturata: il Decurionato affida l’impresa a Giulio Petroni, professore di lettere del liceo locale. La città produce anche una messe di altri scritti e discorsi che all’unisono raccontano e motivano la grande trasformazione legandola alla designazione a capoluogo di provincia nonché alla diffusione, sotto l’impulso dell’imprenditore provenzale Pierre Ravanas, di frantoi capaci di produrre olio commestibile. Pierre arriva dalla Provenza in Puglia e a Bari nel 1826, recando con sé il progetto del cosiddetto trappeto alla francese, una combinazione di doppia mola e torchio idraulico. Lo presenta come sua invenzione. In realtà è un bricolage di tecniche già note ma che lui sa combinare assieme e introdurre al momento giusto nel posto giusto. La sua innovazione consente per la prima volta di produrre su larga scala olio da tavola di qualità, anche perché finalmente la raccolta comincia ad andare di pari passo con la molitura, scongiurando l’alto tasso di acidità delle olive che condannava inevitabilmente il prodotto finale ai soli usi industriali. È una rivoluzione. Che scatena un effetto imitativo rapido e capillare, trasforma l’olivicoltura provinciale e fornisce ai negozianti baresi la merce pregiata attorno a cui costruire fortune e reti commerciali ampie. A questo punto, l’olivicoltura pugliese e barese può fare a meno del «novatore straniero». Il nuovo olio permette a costoro di conquistare nuovi mercati, di spuntare prezzi alti e profitti elevati. La forza contrattuale dei produttori aumenta e i più grandi e intraprendenti di loro cominciano ad affrontare il mercato senza intermediari. La fama di Ravanas si scolora, mentre Pierre lascia Bari per tornare in Provenza e lì finire i suoi giorni, in miseria. Ma i tempi stanno ancora una volta cambiando. È come se le innovazioni a Bari si affannano a tenere il passo delle aritmie della storia, destinate a una eterna rincorsa. La figura del negoziante, con il suo profilo totalizzante, comincia a perdere il controllo del commercio oleario che si articola in settori specializzati, diventando un segmento di un’economia complessa. Mentre la crisi agraria dei tardi anni Ottanta, aggravata dal blocco delle esportazioni vinicole verso la Francia, mette a nudo le contraddizioni del secolo breve della grande trasformazione barese: la dipendenza del territorio da un’agricoltura affidata a mercati incontrollabili e la dissoluzione degli antichi ammortizzatori economici e sociali. La gran parte dei protagonisti dello sviluppo viene travolta da una serie di fallimenti a catena e dai susseguenti processi civili e penali. Il futuro della città sembra ora nelle mani della borghesia minuta dei piccoli impieghi e delle magre rendite che era vissuta ai margini dell’economia. Che vuole sfruttare il momento di crisi dei negozianti e del negozio per accreditarsi. E per questo avvia un processo di criminalizzazione delle pratiche imprenditoriali e mercantili, instillando il sospetto che siano legate alla malavita organizzata. Nella crisi dell’ultimo scorcio dell’Ottocento, molta stampa locale e nazionale analizza le tumultuose vicende giudiziarie baresi attraverso la stessa lente con la quale va osservando, in quegli stessi anni, la mafia siciliana e la camorra napoletana. La configurazione sociale della città del negozio rischia di non avere un futuro.
Il processo alla malavita
Ma la reazione di quegli ambienti minacciati è decisa. E così torniamo all’aprile 1891. Il processo detto «contro la malavita» assume subito un carattere spettacolare, mediatico: gli imputati vengono esposti al pubblico e l’intera città segue quotidianamente le udienze. Sono giovani balordi per lo più, accusati di rapina, furto, lesione volontaria, porto d’armi abusivo, oltraggio con l’aggravante di minacce agli agenti di pubblica sicurezza. Ma accusati, quel che è peggio, anche di associazione per delinquere. L’evento giudiziario diventa un banco di prova della reputazione urbana. Perché alla fine dell’Ottocento la reputazione di una città è ormai anche una risorsa economica. Bari rischia di essere assimilata a quelle città in cui la criminalità organizzata si è già radicata. Sono di pochi anni avanti i primi grandi processi di Napoli e Palermo. E anche il processo di Bari si conclude riconoscendo il reato di associazione mafiosa. Ma il punto decisivo non è la sentenza. È ciò che la città decide di fare di quella sentenza. Perché Bari rifiuta l’idea di essere una città criminale. Reagisce. E costruisce un’altra immagine di sé. Non città della malavita, né prima né dopo il processo. Il direttore del giornale Don Ficcanaso, Biagio Grimaldi, si chiede: esiste davvero questa associazione criminale? E risponde con fermezza: «Il sacro dovere di cittadini baresi ci impone di asserire che l’associazione non esiste. E ciò lo diciamo perché sentiamo anche noi il dovere di gridare contro chi volle denigrare la regina delle Puglie abbassandola ad una misera ancella, contro chi volle calunniare, chiamandola covo di malfattori. Sì, l’associazione non esiste». La parola del tribunale contro la parola della città. Le ragioni del delinquere vengono ricondotte alla crisi economica, al disagio prolungato, alla mancanza di lavoro, all’ozio, alla fame: «Sempre mala consigliera». In questo contesto, la difesa della reputazione urbana diventa cruciale. Per le élite economiche baresi, per la città intera, difendere l’immagine di Bari significa tutelare le condizioni stesse del suo sviluppo e della sua attrattività economica. Bari entra ancora una volta in crisi, ma anche questa volta la crisi non produce soltanto sconcerto. Alimenta una battaglia per definire che cosa sia, e che cosa voglia essere, questa città. Guardata nel lungo periodo, la storia di Bari sembra seguire una dinamica ricorrente. Le crisi non travolgono la città. La costringono piuttosto a ridefinirsi. È accaduto dopo il tramonto delle «nazioni». Dopo la crisi seicentesca. Dopo la trasformazione del commercio oleario. E accade ancora alla fine dell’Ottocento. Bari costruisce sé stessa proprio nei momenti in cui rischia di perdere il proprio ruolo, il proprio prestigio, financo la propria reputazione.
Il levantinismo
Da questa tensione prende forma qualcosa di nuovo. Le pratiche affaristiche e la propensione a eludere i vincoli normativi, che avevano accompagnato il successo del commercio barese, non vanno lette come manifestazioni di un sistema criminale, ma come adattamenti a un ambiente economico instabile e competitivo, consustanziali al mercato e agli affari. La lunga tradizione commerciale di Bari viene rievocata e rielaborata in una nuova narrazione, quella del levantinismo: declinazione positiva dell’identità urbana, di una città mercantile, dinamica, antirurale, vocata al mare. La gabbia di ferro si svuota, il processo si chiude. Bari ne esce diversa, in una qualche misura rifondata. Rifiuta lo stigma mafioso e si reinventa nel mito del levantinismo: città di traffici e di mare, inquieta e intraprendente. La sua storia si ricompone in identità. E allora quel teatro Margherita, proteso verso il mare e sospeso sull’acqua, diventa molto più che una semplice architettura. È un simbolo solido e potente della volontà di proiettare Bari – la Bari levantina – oltre i propri confini, verso lo spazio vasto dei traffici e delle culture del Mediterraneo. Nell’immagine che dà di sé, nelle stesse forme che imprime ai suoi edifici, Bari costruisce la propria modernità. Il racconto della città diventa progetto e destino. E quel racconto continua, caparbiamente, a guardare verso il mare.
