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I Giorni di Bari – La città diventò italiana senza barricate scegliendo l’ordine nella rivoluzione

I Giorni di Bari – La città diventò italiana senza barricate scegliendo l’ordine nella rivoluzione
Il matrimonio di Francesco II a Bari nel 1859

L’Edicola pubblica alcuni estratti dalle conferenze della rassegna, coprodotta da Libreria Laterza e Fondazione Teatro Petruzzelli, aperta il 3 giugno

Come Bari è diventata italiana? Ovviamente, non italiana nel senso etnico linguistico, non italiana nel senso della presenza in uno specifico territorio. La domanda è legata alla nostra storia politico-istituzionale: come Bari è diventata parte dello Stato italiano, partecipando ad una lunga serie di conflitti, di battaglie politiche, di scontri di idee, di contrasti tra appartenenze nazionali, all’interno di quel fenomeno storico che è stato il Risorgimento. Per farlo bisogna partire da quando Bari non era italiana. È il 3 febbraio 1859. Francesco II, poco prima di diventare l’ultimo re di Napoli (era ancora erede al trono) e Maria Sofia di Baviera si sposano nel palazzo dell’Intendenza, in quella che oggi è la Prefettura di Bari.

La Bari del 1859, da questo punto di vista, forse era la Bari più anti-italiana per eccellenza. Il sovrano borbonico Ferdinando II, insieme all’imperatore asburgico e al papa re si considerava il nemico più acerrimo dell’Italia, sposava suo figlio a Bari. E si sposava in città non solo perché dal punto di vista della logistica era facile arrivare per nave, ma anche perché Bari, nell’ultima fase del Regno borbonico, era considerata, anzi fu promossa, come una vetrina del Regno delle Due Sicilie.

Il luogo dove si svolge il matrimonio, del resto, è quello che porta con maggiore nettezza tutti i passaggi politici, istituzionali, ideologici che hanno fatto di Bari una città moderna e poi italiana. Le pietre, in questa storia, dicono molto: a volte non bastano i documenti, ci vogliono le immagini, le parole, i luoghi dove la politica e il potere si sono mostrati. L’Intendenza fu istituita dove era il convento di San Domenico, uno dei sette ordini religiosi che la rivoluzione napoleonica soppresse a Bari, confiscandone i beni immobili e insediandovi le strutture dello Stato. Era il palazzo dello Stato, ma anche il palazzo della paura: nel 1849, 2146 abitanti di Bari e della provincia furono inseriti nelle liste degli attendibili, cioè di coloro che il regime borbonico considerava sospetti per motivi politici e metteva sotto sorveglianza. E poi è il palazzo della rivoluzione: lì avvengono i due atti politici più importanti della storia rivoluzionaria di Bari, la decadenza del Regno delle Due Sicilie con la proclamazione del Regno d’Italia e l’organizzazione del plebiscito del 21 ottobre 1860, che determinò la scelta finale verso l’unificazione italiana.

L’età delle rivoluzioni

Questa storia inizia con le due grandi rivoluzioni a cui partecipa il Mezzogiorno tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento: la rivoluzione repubblicana e la rivoluzione napoleonica. In città, tra le conseguenze più importanti c’è la soppressione degli ordini ecclesiastici: la confisca alla Chiesa del suo patrimonio fondiario e immobiliare, un passaggio considerato necessario all’insediamento dello Stato nel patrimonio sottratto alla Chiesa.

Pochi anni prima, il 4 febbraio del 1799, a Bari era proclamata la Repubblica. La data è affascinante: esattamente sessant’anni prima del matrimonio di Francesco e Maria Sofia. Il manifesto affisso, diffuso, letto, annunciato con i trombetti, proclama: «La Repubblica Napoletana, e per essa il Comitato generale, per mezzo mio, vi annuncia di essere tutti liberi e rotte di già le catene della nostra schiavitù». Insomma Bari entra nell’età delle rivoluzioni. Il tempo storico, che era molto più lento, diventa più rapido, intenso. Poi, nel giro di una generazione, dal punto di vista politico istituzionale e della storia del potere, l’elemento più importante è che Bari vince la sfida secolare di chi è più importante: diventa città capoluogo. Nella storia degli Stati, chi diventa capoluogo prende istituzioni, poteri, funzioni e le toglie agli altri. Bari le tolse a Trani.

Partiamo dall’inizio. Nel 1799 si combatte la guerra civile più feroce della storia italiana, forse fino al 1943. Il Mezzogiorno, all’epoca Regno di Napoli e Regno di Sicilia, viene strappato dalla sua perifericità e portato nell’età delle rivoluzioni, delle controrivoluzioni, degli imperi. A Bari, però, la guerra civile viene gestita e governata in maniera molto efficace. Si proclama la Repubblica, inizia una tensione con i casali, cioè quei centri intorno alla città che si schierano con la Santa Sede e quindi con i Borbone, Bari viene assediata, ma la violenza viene sempre controllata e misurata. A Bari non si verificano neppure particolari e feorci rappresaglie. È una città dove il patriziato, le élite, i gruppi politici, la borghesia hanno già costruito un profilo, rispetto ad altre città del Mezzogiorno: la presenza dei contadini è meno forte che altrove, mentre quella dei commercianti, dei professionisti, dei negozianti comincia a diventare rilevante. Bari partecipa alle grandi rivoluzioni, coglie l’occasione strategica di diventare un centro importante, le sue élite partecipano all’esperienza napoleonica, sia come funzionari sia come militari, ma riescono a farlo impedendo, per capacità, per attitudine, forse anche per fortuna, che in città si replichino quelle dimensioni di brutalità e di violenza che lasceranno una frattura in tutta la storia del Regno.

Il movimento liberale

Anche a Bari arriva la Restaurazione. Nonostante questo, dopo il 1815 è cambiato potere nella città e nella Chiesa. Nella Chiesa perché, soppressi sette conventi, sei maschili e uno femminile, trasformata la gerarchia di potere a favore del clero secolare rispetto al clero regolare. Inoltre la città registra una trasformazione radicale del potere a favore di quella stessa classe sociale, di quel ceto dirigente politico commerciale che aveva saputo negoziare un ingresso meno violento nell’età delle rivoluzioni. Napoleone viene sconfitto, tornano i Borbone e quando tornano, i problemi fondamentali posti con l’inizio dell’età delle rivoluzioni in parte erano già risolti. Con l’abolizione della feudalità, l’estensione del codice civile, la costruzione di una codificazione moderna, la proprietà privata diventa il motore della ricchezza, dell’affermazione sociale, i centri statuali i motori del potere. Bari è una città che ha afferrato la proprietà privata e lo Stato moderno.

Restano però due grandi questioni. La prima è la natura del potere. I Borbone, gli Asburgo, il Papa sostengono che il potere continua a essere una delega di Dio, trasformata da volontà divina a volontà del sovrano. Le rivoluzioni avevano affermato do invece che il potere è la sovranità popolare. Il problema quindi non si era risolto, e non era cosa da poco. Nasce così il movimento politico più importante della storia italiana tra il 1812-15 e il 1922-24: il movimento liberale. Si pone due problemi: togliere il potere dalle mani di Dio, restituirlo agli uomini costringendo il re a dividere il potere con il popolo, concedendo la Costituzione; una carta scritta che dica dove sta il potere del re, dove sta il potere del popolo, come questo si fa rappresentare e come si rispettano i diritti.

A Bari diventa forte e radicato perché interpreta una classe sociale dinamica che vede nelle istituzioni rappresentative, nella divisione del potere, nella possibilità di decidere il proprio ruolo, la propria affermazione. Si forma un grande movimento con due strutture: «La Virtù in Trionfo» e «La Filossenica Adelfa». Dai documenti risultano iscritti formalmente alla Carboneria circa 610 persone, un numero molto rilevante per l’epoca. Questa Carboneria diventa protagonista della rivoluzione del 1820. Poi ci sarà la grande repressione. Il governo borbonico a Bari ricostruisce le sue strutture intorno a due figure fondamentali, l’intendente e l’arcivescovo: l’intendente assume in sé tutte le funzioni principali del governo e dell’azione di polizia; l’arcivescovo è deputato a riorganizzare quella gerarchia di valori che la grande rivoluzione aveva messo in discussione.

A Bari si formano così le forze che interpretano il conflitto più ampio tra il potere di Dio e la sovranità popolare. Da un lato ci sono le istituzioni sovrane, che continuano anche il progetto politico di fare di Bari una città importante: infrastrutture viarie, organizzazione urbana, ristrutturazione dell’apparato della Chiesa. Dall’altro c’è il partito liberale barese (in realtà non si usava questo nome, ma è una esemplificazione, per dare l’idea). Nel 1848, dopo la concessione della Costituzione, si forma un governo e un circolo politico che si muove nella direzione costituzionale. Quando Ferdinando II prende a cannonate le barricate del 15 maggio, a si forma un’assemblea dei liberali che prende il nome di Dieta di Bari. Il Borbone ha sbagliato, dicono i documenti pieni di insulti contro il re, ma noi difendiamo la Costituzione. Bari difende la via legalitaria alla Costituzione, vuole evitare la violenza o, peggio, la guerra civile. Alla fine, vengono spazzati via, anche se non ci sono azioni militare e rappresaglie di massa, come in Calabria, Sicilia o nel salernitano e in Lucania.

La vetrina borbonica

Bari tra il 1849 e il 1859 diventa una vetrina borbonica. Si insedia uno dei funzionari più importanti dell’amministrazione borbonica, Luigi Ajossa, affiancato dall’arcivescovo di Bari, mons. Clary: fino a quando inizierà la rivoluzione nazionale è un luogo, apparentemente, tranquillo. Perché a Bari non c’è stata la guerra, non c’è stata la rivoluzione, non è stato ucciso nessuno. E quindi il Regno può investire, il governo può investire. Bari diventa una vetrina. In questo decennio l’investimento borbonico è elevatissimo: l’intendente Ajossa e l’arcivescovo inaugurano la prima pietra del porto, si fanno molte altre cose, l’orto botanico e altri luoghi della città. La città deve essere un palcoscenico per questa monarchia che ha sconfitto la rivoluzione per la quarta volta e vuole dimostrare che con il potere assoluto del re i sudditi stanno meglio. Certo è anche una città piena di liberali, e che va messa sotto controllo. Gli intendenti hanno il compito severissimo di tenere colpire e neutralizzare il partito liberale. Infatti a Bari tutti i capi del partito liberale che non riescono a fuggire all’estero, quelli che avevano fatto la Dieta di Bari del 2 luglio, finiscono spesso in carcere o all’ergastolo. Anche il capo del partito, Bozzi. Gli altri vengono messi sotto controllo in maniera ossessiva. Ajossa e il successore, Mandarini, sotto la pressione del re, erano così ossessionati dal fatto che a Bari ci fossero i liberali, da scatenare di tutto, anche una guerra contro le barbe, i baffi e i cappelli. Una vicenda che diventò famosa: fargli tagliare la barba e i capelli, quando erano considerati sospetti di liberalismo. Questo può sembrare ridicolo. Quello che era vero è che una parte importante della popolazione della città e della provincia viene privata dei diritti civili, cioè viene considerata attendibile: sospettata di far parte dell’opposizione politica. Questo dimostra che la Bari borbonica era da un lato una vetrina attraverso cui Ferdinando II e gli uomini intorno a lui volevano rivendicare l’immagine danneggiata della monarchia in Europa, dall’altro una città dove la forza del movimento liberale rivoluzionario restava particolarmente significativa, per quando moderata nella concezione politica. E così Bari arriva al matrimonio di Francesco II. Ma il matrimonio è triste già per come si svolge: i due sposi non si riconoscevano, la famiglia del re era ostile, il sovrano stava morendo ed era uno degli uomini più disprezzati d’Europa, oltre che dalle élite del Regno. Quando il re muore, Cavour realizza il più grande capolavoro politico della storia italiana: utilizza le aspirazioni di Napoleone III per scatenare la guerra contro l’Asburgo nella pianura padana, capovolgere a vantaggio del nazionalismo italiano l’equilibrio europeo, rendere impossibile un intervento delle potenze straniere in Italia. Questo consente la rivoluzione in Italia, la spedizione dei Mille, la vittoria di Garibaldi in Sicilia, il crollo psicologico e morale del governo borbonico e soprattutto del suo nuovo e giovane re.

La scelta di Bari

A questo punto Bari si trova di fronte a una scelta: la città deve diventare italiana o deve restare borbonica? come lo si fa, chi lo fa? la personalità della città, questa via barese all’unificazione è reale? I protagonisti di quei mesi sono ora sul palcoscenico. Da un lato l’arcivescovo di Bari, Giuseppe Pedicini, fedelissimo della monarchia borbonica, uomo ideologicamente convinto delle ragioni assolutiste e dell’antiliberalismo. Ci sono poi i loro avversari. L’avversario più importante del vescovo in questa fase sono molti preti: il Capitolo metropolitano di Bari, così come il partito liberale, tra loro molto intrecciati, si sentivano rappresentanti degli interessi della città e spesso anche di idee liberaleggianti. C’è il partito liberale, diviso in due articolazioni: il partito liberale di Bari e il partito liberale dei baresi. Il primo è quello della città e ne fanno parte alcune sono personalità rilevanti: De Gemmis, Noia, Tanzi, De Cagno, nomi a cui sono intitolate tante strade della città, che hanno la loro versione: sta per arrivare la rivoluzione. L’altro è il partito della provincia, è un partito molto forte a Trani, a Molfetta, ad Altamura, in tanti posti, che è più propenso a una rivoluzione in cui gli atti più forti, più duri, più brutali sono possibili. Siamo arrivati a giugno del 1860. Il re crolla definitivamente. Carlo Filangieri lo costringe a concedere la Costituzione, intorno a lui tanti fuggono o si nascondono.

Che cosa succede a Bari? A Bari non succede niente, ed è molto interessante. Si è formato il Comitato dell’ordine: i liberali rivoluzionari avevano dato questo nome al comitato rivoluzionario perché aveva un significato molto chiaro. Facciamo la rivoluzione, ma con l’ordine. Si organizzano, ma non si muovono. C’è una grande tensione nella Chiesa, il 21 giugno 1860 c’è anche una fase quasi violenta tra il capitolo metropolitano e i difensori dell’arcivescovo, ma niente di drammatica. Il duca di Genzano, nuovo intendente, e il generale Flores comandante dell’esercito, gridano, urlano contro i liberali, ma non fanno nulla.

A quel punto quello che succede nel Mezzogiorno diventa un’occasione per Bari. Nel Mezzogiorno si insedia un governo costituzionale, perché il re ha dato la Costituzione. Questo governo viene preso in mano da Liborio Romano, che utilizza il governo del re per nominare dappertutto persone che non stanno contro il re. Nel giro di due o tre settimane sostituisce tutti gli intendenti, fa sì che i liberali, prevalentemente moderati, si impossessino delle istituzioni e qualche volta, se ci riesce, colpisce pure i vescovi in nome del re, contro il re. A Bari viene mandato via l’intendente borbonico, però viene nominato un vecchio liberale, Mariano Englen, che non arriva. E a Bari succede una cosa straordinaria: il sindaco borbonico viene confermato come liberale. Vincenzo Capriati, per qualche settimana, assume la doppia funzione di sindaco e poi addirittura capo dell’amministrazione politica e civile, cioè intendente, utilizzandola per mantenere al massimo una gestione tranquilla della città. Il sindaco di Bari da un lato aiuta i rivoluzionari della provincia: quando i rivoluzionari dicono che il vescovo di Altamura, Falconi, era un reazionario, è lui a farlo cacciare; quando gli dicono di fare la Guardia nazionale, a Bari vengono costituite sei compagnie. Allo stesso tempo, tranquillizza tutti e impedisce disordini nel capoluogo. Alla fine di agosto la città è confusa, però i liberali ormai la controllano. Il generale Flores vuole intervenire, grida, scrive a Napoli, manda le truppe ad Altamura, poi le fa tornare, manda le truppe a Modugno, poi le fa tornare, manda un reggimento a Foggia, ma non fa nulla.

Il plebiscito

Tra il 28 agosto e il 2 settembre si decide come Bari diventa italiana. I rivoluzionari che stanno ad Altamura vengono organizzati in un governo provvisorio, arriva un uomo chiamato Liborio Romano, omonimo del ministro, e comincia a dire che devono andare a Bari. Lì si organizza una grande manifestazione a piazza del Sedile, piazza Mercantile, viene contestato l’arcivescovo. Che cosa fa il generale Flores? Dà la colpa all’arcivescovo di quello che sta succedendo e dà la possibilità al governo di Napoli di cacciarlo via. Poi è lo stesso generale ad avere paura, perdere la testa e chiedere al governo di Napoli di tornare a casa. Nel giro di tre giorni i due pilastri del governo borbonico, l’arcivescovo e il comandante delle truppe, non ci sono più. A quel punto i rivoluzionari, guidata da De Laurentiiis di Altamanura e Vincenzo Rogadeo di Bitonto, (che sarà il governatore nominato da Garibaldi), si preparano per andare a a Bari.

Nei primi giorni di settembre i rivoluzionari della provincia litigano con quelli di Bari e alla fine, nell’arco di qualche settimana, a Bari si insedia un sindaco liberale nominato da Garibaldi, De Gemmis, mentre un provinciale diventa governatore della provincia. Per farlo partecipa alla scelta politica decisiva per legittimare la rivoluzione: il plebiscito. Il plebiscito non era all’epoca una votazione tra un’opzione e l’altra. Era la legittimazione di chi aveva preso il potere. Il plebiscito era un sì o no: vuoi che chi ha il potere rivoluzionario sia legittimo e definitivo, sì o no? A Bari si fa un patto di ferro tra le forze della città: i liberali, il capitolo metropolitano, le confraternite, i gruppi dei commercianti, l’amministrazione comunale. È così straordinaria la mobilitazione che viene fatta anche una petizione delle donne di Bari, perché alle donne non è concesso il voto. Il manifesto pubblicato con le firme delle donne baresi, dedicato a Vittorio Emanuele II, dice: «Sire, l’umana società non sappiamo se è più ingiusta o ingrata, mentre alla donna accorda i diritti civili le nega affatto il diritto politico. O Sire, se in questi solenni momenti i voti di tutto un popolo vi proclamano padre della giovane Italia unita, non sapremo noi donne non fare eco ai loro ardenti voti ed accogliervi e festeggiarvi come unico nostro re e padre della patria». Non è facile trovare in Italia appelli di donne che dicano: noi siamo d’accordo, vogliamo votare, però non lo possiamo fare. Il plebiscito a Bari prende più di 5.000 voti, per l’epoca un risultato significativo. Poi si va verso la stabilizzazione. Il momento conclusivo della rivoluzione sarà il 29 gennaio 1861, quando ci sono le prime elezioni dell’Italia unita e Bari elegge un deputato del partito cavouriano, perché i liberali baresi si erano collocati con il partito moderato.

Che cosa insegna questa storia? Innanzitutto che il terzo movimento non è un fatto locale, non è solo una storia di Bari. È il modo in cui Bari interpreta, con la sua struttura sociale, con la sua identità politica, con realtà economica, commerciale e delle istituzioni, l’ingresso in una grande nazione europea. Mostra anche la personalità di Bari: una struttura sociale che all’interno di un disegno generale riesce a esprimere una sua via all’unificazione italiana. Una via che le consente di restare una grande città, in prospettiva una delle maggiori città del Mezzogiorno in Italia; di collocare le sue classi dirigenti all’interno di un disegno generale del Paese; di essere cofondatrice di una grande nazione di dimensioni europee. Non una vocazione al sacrificio eroico sulla barricata, ma una volontà e una capacità di trovare accordi all’interno della comunità, anche tra componenti molto diverse.