C’erano una volta i David di Donatello. E poi c’è stata questa edizione: un gigantesco gruppo di auto-aiuto con lo scintillio della premiazione cinematografica. Una serata in cui il cinema italiano è sembrato parlare di tutto – salari, diritti, Palestina, precarietà, piattaforme, crisi industriale – tranne che di cinema. E forse è proprio questo il punto.
Perché i David 2026 raccontano perfettamente lo stato del Paese: un sistema culturale che continua a considerarsi moralmente centrale mentre diventa economicamente marginale. La scena simbolo non è nemmeno sul palco. È fuori. Le maestranze che protestano davanti a Cinecittà. Tecnici, lavoratori, operatori del settore che denunciano mesi di fermo, produzioni bloccate, set spariti.
Dentro, invece, la tiritera del cinema impegnato: discorsi solenni, appelli politici, rivendicazioni identitarie, autocoscienza collettiva. Tutto legittimo, per carità. Ma con un dettaglio quasi crudele: mentre il settore denuncia la propria agonia, il pubblico semplicemente non c’è più. Ed è qui che il cinema italiano continua a mentire a se stesso. Per anni si è raccontato che il problema fossero le piattaforme, gli algoritmi, Hollywood, Marvel, TikTok, la disattenzione del pubblico. Mai, quasi mai, che forse il cinema italiano abbia smesso di interessare gli italiani. Perché il punto non è che la gente non guarda i film. Li guarda eccome. Solo che guarda altro.
I David di quest’anno sembravano una riunione condominiale dell’intellighenzia culturale: tutti parlavano come se il cinema avesse ancora il ruolo civile che aveva negli anni Settanta. Ma nel frattempo le sale chiudono, gli spettatori evaporano e persino le opere considerate «importanti» vengono viste da numeri sempre più piccoli.
La clamorosa sconfitta di Paolo Sorrentino è forse il dato più interessante della serata. Perché Sorrentino, nel bene e nel male, era l’ultimo autore italiano capace di esistere davvero anche fuori dal circuito dell’autocompiacimento culturale nazionale. Un regista riconoscibile, esportabile, persino popolare. E invece viene travolto da un film piccolo, periferico, malinconico, quasi anti-spettacolare come «Le città di pianura». Un’opera che sembra dire: non abbiamo più nemmeno l’ambizione della grandezza, ci basta il culto della fragilità. È il trionfo del minimalismo italiano elevato a identità nazionale. Piccoli film, piccoli budget, piccoli incassi, piccole storie. Tutto molto delicato. Tutto molto festivaliero. Tutto molto irrilevante fuori dalla bolla.
Nel frattempo sul palco si invoca continuamente l’intervento pubblico. Più fondi, più protezione, più sostegno. E qui emerge il grande tabù del nostro cinema: l’idea che il pubblico sia ormai secondario rispetto al finanziamento. Non conta più convincere gli spettatori. Conta convincere le commissioni. È una mutazione profondissima.
Il cinema non come industria culturale che vive di consenso popolare, ma come ecosistema assistito che sopravvive grazie alla legittimazione politica e istituzionale. E allora i David diventano inevitabilmente ciò che sono diventati, un congresso permanente della filiera culturale italiana. Naturalmente ci sono ancora talenti enormi. Attori bravissimi. Registi notevoli. Tecnici straordinari. Ma manca qualcosa di essenziale: il desiderio di sedurre il pubblico. Di conquistarlo. Di sorprenderlo. Di uscire dalla cerchia degli iniziati. Il paradosso finale è quasi perfetto.
Mai come quest’anno il cinema italiano ha parlato di sé come di un presidio civile indispensabile. E mai come quest’anno è apparso lontano dalla vita reale delle persone comuni. Forse il problema non è la crisi. Forse il problema è che il cinema italiano continua a comportarsi come se il Paese avesse ancora bisogno di lui nello stesso modo in cui ne aveva bisogno quarant’anni fa.