Non conoscevo il Tribunale per i Minorenni di Bari. Ci sono entrato per accompagnare mio figlio e ne sono uscito con un peso addosso difficile da spiegare. È un’istituzione fondamentale, eppure ospitata in un edificio che appare inadatto a tutto: a chi ci lavora, a chi vi entra da imputato, a chi testimonia, a chi cerca giustizia. Un luogo che dovrebbe accogliere fragilità, responsabilità e dolore, e che invece sembra già raccontare, nei muri, una forma di abbandono da parte dello Stato.
Mio figlio era lì perché, il 28 febbraio, su un treno regionale da Foggia a Bari, è stato aggredito da un gruppo numeroso di adolescenti. Quindici, forse venti ragazzi. Lo hanno circondato. Lo hanno colpito con pugni e calci al volto, alla nuca, alle tempie. Non è stata una bravata. Non è stato un litigio. È stata violenza cieca, brutale, una furia che avrebbe potuto spezzare una vita. Alcuni di quei ragazzi sono stati identificati grazie alle indagini della Polfer di Foggia. Ora dovranno rispondere di ciò che hanno fatto. E qui nasce la mia riflessione.
Non credo nella vendetta. Non cerco la legge del taglione. Sono convinto che un minore vada recuperato, accompagnato, aiutato a ritrovare una strada. Ma recuperare non significa cancellare. Comprendere non significa giustificare. Dare una seconda possibilità non può voler dire far finta che nulla sia accaduto. Mi rivolgo ai genitori, agli avvocati, a chiunque oggi abbia un ruolo nella vita di questi ragazzi: la soluzione non può essere un pentimento di facciata, costruito solo per ottenere la non punibilità. Non può essere un percorso fatto di formule, cavilli e strategie processuali. Perché così non li salvi. Così li consegnate all’idea più pericolosa: che tutto sia permesso. Che si possa umiliare, ferire, massacrare qualcuno e poi tornare a casa senza aver davvero capito. La vera salvezza passa dalla responsabilità.
In questi mesi, da quei ragazzi, dalle loro famiglie, dai loro difensori, dalle istituzioni che avrebbero dovuto garantire sicurezza su quel treno e in quelle stazioni, non è arrivato nulla. Nessuna parola. Nessun gesto. Nessuna vicinanza. Solo silenzio.
E il silenzio, davanti al dolore, fa rumore.
Non posso accettarlo. Non lo dico soltanto da padre ferito. Lo dico da cittadino che vorrebbe che quanto accaduto a mio figlio non accadesse mai più a nessuno. Una pena, accompagnata da un percorso serio con i servizi sociali, può essere l’inizio di una svolta giusta. Non per distruggere quei ragazzi, ma per fermare la spirale che li sta inghiottendo. Ho visto, anche attraverso i social, i segni di una cultura malata: l’omertà, la violenza esibita, la condanna di chi “tradisce”, codici presi in prestito dall’antistato. Ragazzi cresciuti forse senza modelli sani, senza figure capaci di mostrare un’altra idea di rispetto, di coraggio, di vita. Non voglio puntare il dito solo contro le famiglie. So bene che a quell’età spesso i genitori non sono più il centro del mondo, e che la ribellione può portare lontano, anche verso strade sbagliate. Ma proprio per questo serve intervenire. A diciassette anni si può ancora cambiare. Ma non si cambia se qualcuno ti convince che non hai fatto niente. Non si cresce se nessuno ti chiede conto del dolore che hai provocato. Perché punire, quando è fatto con giustizia, non significa vendicarsi. Significa dire a un ragazzo: la tua vita vale ancora, ma anche quella degli altri.
